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Misteri della vita XXIX

Mi ha sempre incuriosito, nei bagni italiani, la presenza del campanello di allarme. L’idea dovrebbe essere che quando qualcuno sta male può chiedere aiuto, ma mi pare un concetto così imbecille ed inutile che mi chiedo: colui che ha avuto la pensata di renderlo obbligatorio era titolare (o amico di un titolare) di un’impresa di campanelli per bagno?

Castelli Animati 2005: parte prima
Ormai mi considero un affezionato visitatore del festival del cinema di animazione di Annecy, pur avendo al mio attivo la miseria di tre edizioni. Lavoro ed eventuali altri impegni permettendo, conto di farlo diventare un appuntamento fisso nel futuro; tuttavia, a parte la sfortunata esperienza del Festival di Chiavari, mi è sempre mancato un paragone con un altro festival di cinema di animazione. Per una serie di fortunate coincidenze, ho avuto la possibilità di vedere l’edizione 2005 del festival dei Castelli Animati, a Genzano di Roma.

Il luogo
Genzano è una cittadina dei Castelli Romani, dove si beve vino sincero accompagnando la porchetta. Il visitatore che desideri raggiungere il paese non avrà vita difficile: è sufficiente uscire dal Grande Raccordo Anulare che circonda la capitale in corrispondenza della via Appia e seguirla per una ventina di chilometri. Aggiungerò solo che l’autista inesperto delle vie Romane deve prestare attenzione al fatto che il Grande Raccordo Anulare non è indicato come tale in corrispondenza degli svincoli, e quindi egli rischia di ritrovarsi invischiato nel traffico capitolino. Ma a chi capiterebbe una cosa simile? Ehm…
La cittadina è carina, adagiata su una dolce collina vicino al lago di Nemi, ricca di saliscendi, con un centro storico piccolino ma abbastanza ben tenuto e numerosi viali alberati che in autunno risultano suggestivi. La gente è nel complesso accogliente e aperta (è una delle ragioni per cui amo Roma e i romani) e si mangia molto bene spendendo poco un po’ ovunque (è un’altra ragione per cui amo Roma e i Romani). In particolare, il pane casereccio di Genzano è eccellente.

Il festival
Ciò che salta per primo all’occhio è che il festival è abbastanza raccolto, e le facce che si vedono sono sempre più o meno le stesse. Tuttavia, è lungi dall’essere desolato e l’atmosofera è gradevole, e pur essendo assai differente dalla gaiezza diffusa che si respira ad Annecy, ci si sente in qualche modo ben accolti, quasi tra amici. Penso che il luogo, da questo punto di vista, aiuti molto, e forse anche la direzione di Luca Raffaelli mira ad ottenere questo obiettivo.
Organizzarsi le visioni ad Annecy è complicato, dati i quattro cinema principali e i due secondari che proiettano contemporaneamente, per tacer delle conferenze, del MIFA, delle proiezioni all’aperto. È necessario quindi mettersi a tavolino per riuscire e programmare cosa vedere stabilendo priorità ed individuando buchi e ripetizioni. A Genzano tutto questo non è necessario: c’è un singolo cinema che proietta per tutto il giorno, quindi ci si può sedere al mattino e stare lì fino a notte, addirittura sulla stessa poltrona. Gli spettatore più resistenti potranno vedere animazione dalle 9.30 a quasi le 2 di notte, con pochissime interruzioni. Il rovescio, ovviamente, è che se qualcosa proprio non interessa non esistono alternative se non andarsi a mangiare un panino con la porchetta o mettersi a dormire.
Altra rilevante differenza con Annecy è la struttura dei programmi: quasi tutti molto rapidi, diciamo 20-30′ di media, contro la durata media di 90′ del festival francese. Questa scelta organizzativa permette di avere maggior varietà (a volte un’ora e mezza di monografia su un autore può stancare), ma anche maggiori difficoltà di organizzazione.
Il cinema Modernissimo non è di eccelsa qualità né tantomento è modernissimo. Si tratta di una di quelle sale vecchio stile, con la galleria di sopra (riservata allo staff tecnico durante il festival), il corridoio in mezzo che si mangia i posti migliori e le sedie quasi allo stesso livello, dimodoché la visione è compromessa se capita davanti un signore che da piccolo ha mangiato sempre tutta la minestra. Inoltre le poltrone hanno lo schienale basso e le file sono troppo ravvicinate e impediscono di allungare le gambe, quindi le giornate di 12 ore o più di visione sono faticose ed è difficile dormire durante le proiezioni più noiose.
Per il resto l’organizzazione è discreta. Le proiezioni sono state nel complesso puntuali, ma funestate di numerosi problemi tecnici. Mai nulla di grave, ma il ripetersi quasi sistematico di piccoli inconvenienti denota qualcosa da correggere. Durante le conferenze, le interpreti dall’inglese e dal giapponese si sono dimostrate indubbiamente ferrate nell’idioma straniero, ma meno preparate in italiano o comunque nelle tecniche di traduzione. Infine, la figlioletta di Luca Raffaelli, pur essendo graziosa e simpatica, ha funestato il festival attaccandosi regoalrmente alle gambe del papà mentre presentava.

Cosa c’era da vedere?
Come tutti i festival, i Castelli Animati presentano concorsi, rassegne e vantano degli ospiti.
I concorsi sono due: corti internazionali e corti italiani. Gran parte dei migliori cortometraggi li avevo già visti ad Annecy 2005, e diversi di essi hanno infatti vinto premi anche qui. Unica grande scoperta è Flat Life, del belga Jonas Geirnaert, che ha vinto il Gran Premio. Forse è criticabile la scelta di ghettizzare gli italiani in una sezione dedicata a loro, ma d’altra parte è un modo per dare visibilità ad autori che altrimenti finirebbero schiacciati dalla troppa concorrenza, e a celebrare comunque le scuole italiane. Il vincitore è stato un commentario visivo alla celebre canzone di Fred Buscaglione Che notte, di Giulia Ghigini, Dario Lavizzari e Filippo Letizi.
Gli ospiti erano certamente dei nomi importanti: innanzitutto Isao Takahata, che pur essendo già comparso in Italia nel 2004 è pur sempre un ospite mozzafiato; se non ci fosse stato, comunque, non ci sarebbe stato da lamentarsi, vista la presenza di tre premi Oscar: Peter Lord, Borges Ring e Daniel Greaves. Completano il gruppo un mostro dell’animazione sperimentale come Paul Bush, l’animatore e storico del cinema di animazione John Canemaker e l’apprezzato italiano Gianluigi Toccafondo. Ad ognuno di essi era dedicata una retrospettiva pressoché integrale (a parte Takahata, ovviamente, per il quale ci si è "limitati" alla proiezione dei quattro film prodotti con lo studio Ghibli e Peter Lord che ha "solamente" mostrato una succosa anteprima del film di Wallace and Gromit) e un workshop in cui l’autore parlava di quello che gli pareva proiettando alcuni suoi lavori. Quest’ultima esperienza non esiste ad Annecy, che in effetti difetta di contatto con gli autori, e nel complesso tali incontri sono stati molto interessanti.
Infine, in rassegna c’erano vari corti internazionali e italiani, e qualche curiosità dal mondo Disney portata da John Canemaker.

Lateralmente a tutto questo, diverse ditte italiane che si occupano di effetti speciali digitali si sono presentate. Si è trattato del lato meno interessante del festival. Non si è capito bene se si trattasse di gente che ha pagato o meno, ma comunque queste conferenze venivano affettuosamente chiamate "marchette" e spesso dormite o evitate.

(Next: dettagli sulle visioni)

Misteri della vita XXVIII

Si tratta quasi di un luogo comune nel genere poliziesco: il commissario ha incastrato il malvivente e vuole farsi dire i nomi dei complici. Allora gli punta una lampada negli occhi e gli fa il terzo grado.
Terzo? Ma che accidenti sono il primo e il secondo grado? E in che razza di scala? Nel primo grado gli punti una candela negli occhi, nel secondo una lanterna a gas e solo nel terzo puoi usare la luce elettrica?

Accadde al cinema

Negli ultimi anni sono andato abbastanza spesso al cinema, più di una volta a settimana; l’esperienza di visioni cinematografiche, quindi, inizia ad essere piuttosto corposa. Eppure, ci sono alcune proiezioni particolari che mi sono rimaste scolpite nella memoria, per eventi particolari associati, nel bene o nel male. Ecco una top-10.

10)Mulholland Drive: dietro di me c’era Sergio Vastano, che ha parlato diverse volte durante la proiezione ma dimostrando di conoscere il cinema di David Lynch: "Quel nano lì c’è in tutti i suoi film".

9)The dangerous lives of Altar Boys/Possession: unica volta in vita mia che ho fatto un double bill (visione di due film lo stesso giorno) nello stesso luogo, il multisala UCI di Genova. Entrambi i film erano mediocri, dimenticabili e infatti quasi dimenticati.

8)Una lunga lunga lunga notte d’amore: visto da solo, c’erano cinque o sei persone in sala. Una di esse si è messa alla mia immediata sinistra, un’altra alla mia immediata destra, rendendo la visione poco confortevole. No, non erano maniaci.

7)Fahrenheit 9-11: come faccio di solito, ho ignorato i posti che lo stupido algoritmo di collocazione mi ha propinato per mettermi davanti, immaginando che la sala sarebbe stata mezza vuota. Invece, per qualche strana ragione, ha continuato ad entrare un mucchio di gente dopo l’inizio della proiezione, fino a riempire la sala. Io ho fischettato la canzone dei puffi facendo finta di niente e nessuno ha reclamato il suo posto. Tuttavia, c’era gente seduta sui gradini: così imparano ad entrare a proiezione iniziata.

6)Un condannato a morte è scappato: una signora, capitata lì chissà perché in una rassegna di Nouvelle Vague, russa molto rumorosamente per quasi tutto il film. Francamente, non riesco a darle completamente torto.

5)Heartbreakers: una signorina grassa accanto a me ripeteva tutte le situazioni divertenti. Ad esempio, se il protagonista cade in modo rocambolesco: "Ah, ah, è caduto!". A dir poco irritante. Anzi, diciamo pure che avrei voluto ammazzarla.

4)My name is Tanino: in due in sala. Il film inizia muto. Pare che il mio co-spettatore, un signore anzianotto, non ci faccia neanche caso. Mi alzo e lo vado a dire alla cassa. Il volume viene ripristinato ma il film non viene fatto ripartire, quindi perdo i primi 3-4 minuti. Il cinema in questione è l’America di Genova, nel quale anche Una lunga domenica di passioni è stato proiettato male a fuoco. Ci continuo ad andare perché è a 100 metri dall’ufficio dove lavoravo fino a poco fa e perché spesso proiettano film buoni.

3)Jeepers Creepers: tipico horror estivo, visto in una sala piena di ragazzetti terrorizzati (la prima metà del film fa paura, le seconda fa cagare). Le ragazze gridavano, i ragazzi parlavano e scherzavano per darsi un tono, ma palesemente per farsi coraggio. È stato molto divertente.

2)Mean Creek: prima ed unica volta (finora) in cui sono stato al cinema completamente da solo. Erano anni che sognavo di farcela, cercando di intrufolarmi in proiezioni ad orari strani di film misconosciuti, ed è stata una bella soddisfazione.

1)Strade perdute: Era l’11 giugno 1996. Probabilmente oggi questa data non dice niente, ma si tratta dell’esordio della nazionale italiana di calcio agli Europei 1996. Adesso le partite ufficiali dell’Italia sono l’unica deroga che concedo al mio disamore per il calcio, ma ai tempi ero più rigoroso; quindi, mentre l’Italia tifosa si fermava, io ero andato al cinema. Genova quella sera era stranissima: quasi deserta, poche macchine per le strade, sembrava popolata solo da donne anzianotte. E anche al cinema c’eravamo solo io, il mio collega di visione e diverse signore che avevano lasciato la casa libera ai mariti e i loro amici, previa rifornimento di Birra Peroni e frittatona di cipolle. Il film, chi l’ha visto lo ricorda senz’altro, è un ermeticissimo viaggio negli incubi di David Lynch, tanto bello da vedere quanto incomprensibile. Il commento di una coppia di matrone al termine della proiezione è stato "Ai nostri tempi i film erano diversi, forse al giorno d’oggi li fanno così".

Scorie del passato

(un post molto anomalo. Fate finta, per una volta, che questo sia un blog normale. O quasi.)

Venerdì scorso, 11 novembre 2005, ho fatto una cosa che era tanto tempo che sognavo di fare, e forse ne sono pentito.
Partito da Genova in macchina con la mia Kakavolo dopo pranzo, inforco l’autostrada diretto verso Alassio. Arrivato ad Albisola, mi viene in mente che avevo il pomeriggio libero, ero in macchina ed ero rilassato. Che occasione migliore? Sono uscito dall’autostrada e, dopo tredici anni, sono andato a Sassello a rivedere i luoghi della mia infanzia.

Nella mia immaginazione mi ero formato due ipotesi: che tutto fosse rimasto immutabile o che tutto fosse cambiato. La realtà è quasi sempre più conciliante, e infatti il paese ha avuto un’evoluzione ma non è irriconoscibile.
La statale da Albisola a Sassello non ha risvegliato ricordi nascosti. Tuttavia, poco dopo l’ingresso nel paese, percorrendo la stradina che portava nella frazione in cui abitavo (il Piano), ho scorto il panorama del paese. Questo è stato un momento di grandissima emozione. Ho fermato la macchina e sono rimasto qualche minuto in riflessione. Poi mi son fatto coraggio e ho proseguito fino al Piano.

Ecco, qui sì che posso dire che è cambiato pochissimo. La strada è stata rifatta col porfido al posto dell’asfalto, il rubinetto della fontanella alla base della creuza di San Giovanni è differente, il parapetto in corrispondenza del Rio Sbruggia non è più verde, il cane della famiglia Zunino è un altro. Però l’assurdo motivo della pittura del muro di Giocondo è sempre quello, è solo più consunto, le porte sono sempre tutte verdi, la panchina per i vecchietti è esattamente la stessa. È tutto solo più piccolo. C’è però un luogo che devo assolutamente vedere: la mia casa. Mi inerpico su per la salita. Passando di fronte a casa di Baciccia, esattamente nel punto in cui ruppi la bottiglia, una signora mai vista spunta da una finestra e mi apostrofa sospettosa. Ripensandoci, un venerdì pomeriggio di novembre alle 14 in un borgo di 25 abitanti spunta un trentenne con gli occhiali da sole, la barba di due giorni e la giacca di pelle che fa foto in giro. La cosa è sicuramente inquietante. Le spiego comunque che abitavo in cima alla salita; citando il mio cognome la vedo rasserenarsi e mi lascia andare.

Mia nonna purtroppo non c’è più, ma spero che, ovunque sia, sappia che la casa che amava tanto è in ottime condizioni. Il giardino è curato, pieno di piccoli accessori: al posto dell’altalena ora c’è un pozzo (finto, probabilmente), c’è una tettoia nuova. Il cancello d’ingresso è grigio e non più marrone, ma l’edera è esattamente al suo posto come i platani che facevano da porta durante le partitelle di pallone.
Sono passato di fronte a case di gente che conoscevo, ma un po’ per l’ora (nel primo pomeriggio in campagna si fa il pisolino!) un po’ per vigliaccheria non ho osato suonare alla porta e presentarmi. Forse è meglio così.

Credo di aver visto abbastanza del Piano. Ora andiamo in centro: mi incuriosisce guidare a Sassello. Ho smesso di andarci a 17 anni, quindi non ho mai percorso le strade in macchina. Non mi sono mai posto il problema di quali di quelle strade che affrontavo quotidianamente a piedi o in sella alla mia bici Azzari "da cross" fossero a senso unico o addirittura inibite al traffico, né di dove si potesse parcheggiare. Comunque, lascio la macchina un po’ a caso e vago a piedi. L’impressione generale del centro di Sassello è la città abbia ceduto un po’ alla vocazione turistica che ai miei tempi trascurava, ma che non abbia perso l’anima di paese di campagna. Quindi, se ora ci sono i parcheggi a pagamento (ma solo in estate!) e si scorgono banchetti di funghi e amaretti dovunque, appena fuori dal centro storico si trovano mucchi di letame, segherie e vecchie signore che ti guardano sospettoso. E inoltre un’istituzione come "la Gina" del bar omonimo è sempre uguale.

Se al Piano avevo ancora tutto fissato in mente in modo fotografico, in paese invece riscopro scorci che avevo dimenticato. Eh già, accanto al tabacchino c’era un negozio di ferramenta! E come ho fatto a rimuovere la pista da pattinaggio accanto allo spiazzo che ad agosto ospita il Calcinculo? Eppure ogni tanto ci giocavo a basket! E il vicolo che conduce dal fornaio, quel vicolo che alle dieci di mattina profumava di tirotto di patate, aveva quell’arco così caratteristico: perché non lo ricordavo?

Basta, ho visto abbastanza. Partendo, inizio a riflettere e mi assalgono i dubbi: non era forse meglio conservare nella mia memoria il ricordo del Sassello passato, con tutto ciò che si porta dietro, e nella mia immaginazione il Sassello del presente? A cosa serve andare a cercare la propria infanzia quando so bene che è passata e che non tornerà? Non è una pratica in qualche modo autolesionista o addirittura quasi malata? O forse, più semplicemente, mi son tolto una curiosità, ho fatto una piacevole gita e ho rinfrescato alcuni ricordi. Insomma, perché devo sempre complicare tutto?

Tema: Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola prima di entrare ero molto emozionato, confesso che avevo anche un po’ di paura.
Appena entrato mi accorsi che ne conoscevo solo tre: Enrico, Emanuele e Mariangela.
Allora, oltre che emozionato ero anche felice, inoltre la paura svanì.
Mi trovai bene in seguito conobbi il resto dei compagni e cominciammo a far scuola in quel punto ero più emozionato di prima. Mi sarebbe andata bene o male? Avrei preso voti belli o brutti? Avevo una maestra severa, buona o metà-metà? Le risposte di questi miei pensierosi problemi furono positive, fortunatamente. Dopo di questo pure l’emozione svanì. Mi sembrava di essere…non so, un paradiso ecco. Si avvicinava l’ora dell’uscita ed ero sempre più felice.
Alla fine mancavano pochi minuti ed ero veramente contento perché il mio primo giorno di scuola era andato bene.

Tratto dal quaderno dei temi di IV elementare. Gli errori sono letterali. C’è una ragione precisa per cui mi son soffermato tanto sulle mie sensazioni invece di narrare, come sarebbe più naturale, le attività svolte in quella fatidica mattinata. La maestra intendeva farci parlare del primo giorno di quarta elementare, non di prima, e quindi aveva chiesto esplicitamente di non soffermarsi sugli argomenti trattati durante le lezioni perché "ho tutto scritto nel registro" ma piuttosto di raccontare le proprie emozioni. Per la cronaca, il mio primo giorno di scuola è stato giovedì 18 settembre 1980, durante il quale ho disegnato, su un quaderno Fabriano dalla copertina marrone, un autoritratto con scritto sotto in stampatello maiuscolo "IO". La mia prima valutazione formale (probabilmente uguale per tutti) è stata "Bravo".

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