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Misteri della vita XIX

Tra tutte le creature dannose o inutili che il Signore Iddio ha creato il terzo giorno, spicca l’olmo. Che razza di albero è? A cosa serve, se non a fare un po’ d’ombra (bella forza, la sa fare anche un dolmen!)? Non fa frutti, non si usa il suo legno, non è nemmeno decorativo. Abbattiamo tutti gli olmi e sostituiamoli con alberi di polpette!

Per i covisti: sì, lo so che è stata pubblicata in precedenza altrove. Ma la paternità è mia e me la tengo, ecco.
-Vanne fiero, imbecille!

Annecy 2005 parte seconda: cosa c’era di bello e di brutto in breve

Tutte le edizioni di Annecy propongono così tanto materiale che tracciare un rapido riassunto di "cosa c’era da vedere" e individuare un giudizio complessivo e sintetico è sostanzialmente impossibile: troppo forte è l’impressione di aver visto sia cose belle che cose dimenticabili che cose oggettivamente brutte. Stabilita questa premessa per pararmi le chiappe, provo comunque a riassumere il più possibile e individuare dei fattori comuni.

Nell’editoriale delle pubblicazioni precedenti al festival, il direttore artistico Serge Bromberg parlava di "Regime minceur", che più o meno significa "dieta". Con la sua abilità istrionica nel rigirare la frittata, annunciava con piacere che quest’anno ci sarebbero stati meno programmi del solito e che quindi gli spettatori avrebbero avuto finalmente più tempo per godersi il sole e il lago di Annecy invece di affannarsi a correre ovunque. In realtà la riduzione di programmi è stata impercettibile: quattro di tv invece di cinque, tre di panorama invece di quattro, durata leggermente minore dei corti in concorso; d’altra parte venivano proposti la bellezza di 14 programmi dedicati al Canada e una ventina di altro tipo, più degli anni precedenti. È però vero che si respirava un aria di ristrettezza economica: la mancanza di uno sponsor importante come Cartoon Network si è notata nella sobrietà degli addobbi al Bonlieu e alla città in generale, nella relativa povertà del materiale nel kit degli accreditati, nell’idea generale che si dovesse stringere un po’ la corda. Tuttavia, il regime dimagrante è valso fortunatamente più per la qualità che per la quantità.

Per quanto riguarda i lungometraggi, sulla carta l’offerta era interessante per il fatto che si trattava di cinque lunghi provenienti da un’area piuttosto circoscritta, l’Europa nordorientale. Erano infatti in concorso un danese (Terkel i knibe, "Terkel in trouble"), uno svedese (Bland tislar, "Among the thorns"), un estone (Frank and Wendy), un russo (Alosha Popovich Tugarin Zmey, "The legend of Alosha Popovich") e un ungherese (Nyòcker!, "The District"). Ha vinto quest’ultimo (immagine a fianco), l’unico che non ho visto (d’oh!), ma non ho sentito commenti unanimamente entusiasti su di esso. In generale, quello di interessante di questa serie di lunghi è la varietà di stili e di temi proposti: la satira politically incorrect alla South Park in 3d di Terkel; la zuccherosità pedagogica per bambini realizzata in decoupage di Brand tislar; la parodia dei polizieschi in disegni di impatto volutamente sgradevole di Frank & Wendy; la favola popolare di tipo "quest" in stile Disneyano di Popovich; infine, la rappresentazione della realtà sociale al ritmo di rap in 3d come elementi dal vero in Nyòcker. Tuttavia, nessuno di questo film è esente da difetti, anzi, personalmente ho trovato sufficiente solo Terkel, però va dato credito ai realizzatori che hanno messo in piedi (spesso con budget ridicoli) produzioni perlomeno ricche di idee e di contenuti.

Cortometraggi. L’impressione generale di quest’anno è stata di una qualità media piuttosto alta ma mancanza di prodotti di gran spessore. Negli anni precedenti, 2004 ma soprattutto 2003, si era assistito invece a picchi maggiori sia nel bene che nel male. Si erano viste quindi cose inguardabili, noiose e pretenziose come non mai, ma anche prodotti di grandissima qualità come Harvie Krumpet, Atama Yama, Ryan. C’è anche da dire che la durata media dei programmi era di poco superiore all’ora, mentre in passato 80-90′ erano la media, quindi in fase di selezione si è deciso di tagliare a più non posso.
La giuria è stata brava nel premiare in media corti più che validi, anche se non posso dirmi completamente d’accordo con tutte le loro scelte. Il vincitore del premio principale, il Cristallo di Annecy, è stato The Mysterious Geographic Explorations of Jasper Morello dell’australiano Anthony Lucas (immagine a destra), lungo ben 28′ e realizzato in tecnica mista 3d e silhouettes. Ciò che offriva di interessante, a parte la realizzazione impeccabile, è il soggetto quasi da lungometraggio per quanto era articolato e complesso. Tuttavia, rimane un’avventura in stile Jules Verne, con i pregi e i limiti del caso.
Il secondo premio, il Gran Prix, l’ha preso City Paradise, inglese di Gaelle Denis, opera in tecnica mista 2d/3d, riprese dal vero e disegni tradizionali, che ci racconta di come per imparare una lingua bisogna immergersi in una nazione…letteralmente! Il terzo, la Menzione Speciale, è stato attribuito all’impronunciabile Fliegenpflicht fur quadrat kopfe del tedesco Stephane-Flint Muller, a stento definibile come animazione ma piuttosto come una spassosissima goliardata di un tedesco fuori di testa. La premiazione di questo corto (che ha vinto anche il premio del pubblico) ha un po’ stupito, ma tutto sommato almeno una segnalazione la meritava: i giurati sono esseri umani, e non vedo ragione perché non si siano divertiti come il pubblico.
Un minimo di delusione da parte mia perché non sono stati premiati tre corti che ho amato molto: lo spessissimo The moon and the son di John Canemaker che, con il suo approfondimento del rapporto col padre, trovo avesse i numeri per un premio; il piccolo geniale Maestro, opera ungherese, che offre una gag a sorpresa davvero azzeccata e una regia perfettamente adeguata allo scopo; il commovente Morir de amor, storia malinconica e ironica di pappagalli e tradimenti. Ma una menzione la meritano anche L’éléphant et les quatre aveugles, realizzato animando la sabbia in immagini spettacolari, Imago…, storia di aviatori a metà strada tra Hergé e Miyazaki e Learn Self Defense, gustosa satira dell’imperialismo americano in salsa di Pippo.
I corti di scuola, come accade spesso, estremizzano quello che succede nel concorso principale. Sono un po’ rischiosi da vedere: da un lato offrono la possibilità a giovani ricchi di idee di mostrarle al pubblico, dall’altro è raro che abbiano la maturità per andare oltre la gag o la dimostrazione di abilità tecniche. Insomma, è quasi inevitabile farsi un pisolino o due durante questi programmi, ma qualcosa di buono c’è quasi sempre. Il vincitore è stato Overtime, francese in cui piccole rane di pezza simili a Kermit dei Muppet prendono vita dopo la morte del loro creatore dando origine ad un breve corto in 3d ritmatissimo, divertente e anche con qualcosa da dire sul rapporto tra creazione e creatore. Menzione speciale e premio Unicef al’etereo Skyggen i Sara, danese che narra di una ragazzina e i suoi problemi con una madre apparentemente distratta. Ho purtroppo perso il secondo premio, l’americano 9, 3d apparentemente su una specie di Terminator.
Vince purtroppo solo un premio minore il corto che ho più ammirato, Annie and Boo (qui sopra a sinistra), tedesco, in cui una storia di ragazzine e di strani esseri viene narrata con uno dei 3d più espressivi che abbia mai visto, tanto che a tratti ero convinto che ci fosse di mezzo qualche sorta di rotoscopio.

Passando ai concorsi minori, della televisione ho visto solo due programmi su quattro e, di questi, segnalo solo il vincitore come speciale TV Angry Kid, la cui serie è stata già vista in Italia all’interno di "Pollicino" e l’idea curiosa del Green Screen Show, che riprende in postproduzione con effetti di animazione le gag in totale improvvisazione di un gruppo di attori. Ho perso due dei premiati che parevano interessanti: il classico Spongebob Squarepants e il tenero, infantile, Peppa Pig.
I corti per internet sono tutto sommato sempre stati uniformi. Piuttosto brevi (chi sta per oltre cinque minuti di fronte ad un monitor a guardare un’animazione?) realizzati in Flash, quindi con animazione fluida ma oggetti di solito rigidi e colorati uniformemente, e quasi tutti umoristici. Qualche eccezione non manca, in tutti questi fattori, ma questa sorta di monotonia rende il programma a volte noioso. Tuttavia, qualche spunto interessante c’è: al di là dei soliti, anche se spassosissimi, Happy Tree Friends, di notevole c’è il fatto che i due corti italiani in concorso erano più che buoni: al di là dell’inevitabile campanilismo, io avrei premiato almeno uno dei due. Già un italiano, Stefano Buonamico l’anno scorso aveva vinto, e i lavori più recenti di Bozzetto sono in Flash: insomma, questo sta a testimoniare come dalle nostre parti ci siano più talenti tra gli animatori che fondi a disposizione. Vincitore è stato comunque Long Distance Relationship, australiano di Bernard Derriman, che però mi è parso un po’ logorroico ma senza sostanza, pur con un inserto onirico abbastanza valido.
Non ho visto il film de commande, ma mi si dice che non ho perso nulla di che.

Probabilmente la proposta migliore dell’anno è stata la retrospettiva sul Canada. Il Canada, attraverso il suo National Film Board, ha finanziato per decenni molti degli animatori più importanti del mondo e ha quindi un patrimonio molto ricco. Le retrospettive, quindi, avevano solo l’imbarazzo della scelta: in media quelle che ho visto erano più che buone; anzi, direi che i programmi Si jeunes et déjà classiques, Cinémathèque québécoise 1 e Les primès de l’ONF à Annecy potrebbero essere un’ottima base per far capire ad un profano le possibilità che offre il cinema d’animazione. Unica grossa pecca, la mancanza di un programma dedicato a Norman McLaren, celebrato in un documentario lungometraggio ma offrendo solamente due suoi corti nei vari programmi.

Una retrospettiva dedicata ad una nazione così importante ha lasciato poco spazio per altre rassegne di cortometraggi; vale comunque la pena segnalare Politically Incorrect, due programmi su corti irriverenti, anche se in un’accezione più politica di quanto si sarebbe pensato, la retrospettiva sulle sigle di Annecy dei Gobelins, e la rassegna sui newyorchesi indipendenti Avoid Eye Contact, seguito di un programma simile con dvd annesso lanciato l’anno scorso.

Quello che è mancato quest’anno è stato il "grande evento", la presentazione di un film importante in anteprima. Sì, c’è stato Madagascar (che non ho visto;Il volantino souvenire di One Man Band uscirà in Italia in tutte le sale, ad Annecy voglio vedere cose che non posso trovare altrove), c’è stato il mediocre Appleseed, ma il confronto con le due esizioni passate è impietoso. Nel 2003 c’erano stati due lungometraggi francesi (lo splendido Les triplettes de Belleville e il fetente Les enfants de la plouie) e due giapponesi (il classico, splendido Kiki’s Delivery Service e Patlabor XIII), senza citare l’evento mondiale dell’anteprima di Destino, ma anche il 2004 con Ghost in the Shell 2 e La prophecie des grenouilles e Harry Harryhousen come ospite era da ricordare. Unica menzione importante del 2005 la darei al nuovo cortometraggio Pixar, One man Band, fortunatamente discreto e non il bis del fetentissimo Agnello Rimbalzello. E, a questo proposito, gira voce che i numerosi dipendenti Pixar presenti quest’anno per le conferenze si siano innamorati di Annecy, del suo festival e della sua atmosfera. Chissà che l’anno prossimo non ci sia qualche grosso nome in concorso…

(Next: i programmi visti da lunedì a mercoledì)

Misteri della vita XVIII

Perché gli impiegati, soprattutto quelli milanesi, hanno una tale ossessione nell’offrirsi il caffé a vicenda?
Prendo per il colletto (bianco) un povero impiegato che passa di lì:
– Sveglia! Siamo tutti dei morti di fame, lo sappiamo benissimo, e non dimostrerai di essere un gran signore con quei pidocchiosi 25 centesimi che spendi alla macchinetta che produce quell’orribile brodaglia industriale che ci ostiniamo a chiamare caffé! Se vuoi passare per prodigo, offrimi una cena al ristorante, e poi ne riparliamo. Quindi, basta con quest’orribile pantomima, ognuno paga il suo "caffé" e amici come prima. E non fare quella faccia offesa o ti prendo a sberle!

Annecy 2005 parte prima: di cosa stiamo parlando?

La Savoia è quella regione che, insieme a Nizza, è stata ceduta alla Francia durante le guerre di indipendenza. Una volta era in qualche modo italiana (tanto che la nostra "famiglia reale" ne prende il nome), ma nel secolo abbondante che è passato da allora è scomparsa ogni traccia di cultura italica; ogni volta che mi reco ad Annecy, in Alta Savoia, per vedere il festival di cinema di animazione, mi chiedo se un tale splendore sarebbe possibile in Italia. Probabilmente no, quindi bravo Vittorio Emanuele II che l’ha ceduta a Napoleone III.

Annecy è una bella cittadina a 500 metri di altezza sulle rive di un lago, con le montagne che la dominano, un centro storico caratteristico delizioso, un castello medioevale di bella fattura ed è la capitale mondiale del cinema di animazione. Infatti, ogni anno, durante la prima settimana di giugno, qui si svolge il Festival International du Film d’Animation (FIFA), che è un’esperienza meravigliosa.

Prima di dilungarmi su com’è stato Annecy 2005, terrò una breve descrizione di come è strutturato il FIFA di Annecy. Che sia la prima e l’ultima volta, dall’anno prossimo solo reportage diretti!

Il festival è costituito da un concorso di cortometraggi, lungometraggi, produzioni televisive, film per internet e film su commissione, più vari programmi speciali fuori concorso.
I cortometraggi formano il piatto forte della manifestazione. Si tratta di opere che raramente si vedono al di fuori del circuitIl Bonlieu, centro del Festivalo dei festival, ma che racchiudono grande creatività e capacità tecniche. Il cortometraggio animato è una forma di espressione indipendente dalle altre forme di animazione: se il cortometraggio dal vivo in genere non è altro che una "prova generale" delle capacità di un regista che poi si cimenterà coi lungometraggi, quello di animazione solo raramente forgia talenti che andranno a fare altro, e inoltre permette sperimentazioni che non possono funzionare in altre forme di espressione. Ad esempio, l’animazione astratta (o non narrativa, in generale) non può reggere più di dieci minuti, né tantomeno tecniche astruse come l’animazione della sabbia o degli schermi di spilli o dei quadri ad olio (sic!). Pertanto, geni riconosciuti tra i critici e gli appassionati come Norman McLaren, Alexandre Alexeieff, Bill Plympton, Jan Svankmajer sono pressoché ignoti al grande pubblico. Piccola grande eccezione è forse Bruno Bozzetto, ben noto dalle nostre parti (magari più grazie a Piero Angela che al resto!) e grande appassionato del campo.
Cinque programmi sono dedicati ai cortometraggi in concorso più altri quattro ai film de fin d’études (detti "film di scuola"), sorta di tesi di laurea delle scuole di animazione. Fuori concorso, inoltre, sono proiettati tre-quattro programmi di Panorama, i primi scartati delle selezioni o corti che per qualche altra ragione non hanno partecipato al concorso ma che sono ritenuti degni di essere visti.

I lungometraggi in genere sono produzioni minori di nazioni emergenti oppure lavori alternativi. Disney, Dreamwork, Pixar o giapponesi non portano i loro lunghi in concorso, magari anche per non rischiare: a volte quindi si trova qualcosa di interessante, ma nella maggior parte dei casi sono produzioni di scarso valore. Ogni anno mi riprometto di evitarli il più possibile e poi finisco per vederli quasi tutti. Uff. Il numero di film in concorso è in genere cinque.

La sezione dedicata alla televisione, similmente, è una sorta di vetrina di produzioni di nazioni minori in questo campo. Per dire, non ho mai visto nessuna produzione giapponese maggiore, mentre gli americani mandano qualcosina qua e là: non i Simpson, ma è comparso qualcosa di Cartoon Network o della Nickelodeon. La maggior parte dei lavori presentati sono dunque serie e speciali televisivi europei, canadesi o asiatici non giapponesi: nonostante questo, spesso si trovano molte idee e meno appiattimento delle produzioni maggiori, ma anche budget più bassi e non raramente anche porcate immonde. Quattro o cinque programmi sono dedicati alla tv, di solito separati per target: prescolare, bambini, adulti. Di questi i più interessanti sono quelli per adulti, ovviamente, e i prescolari, quasi sempre tenererissimi. Le produzioni per bambini sono in genere più noiose.

Il lago di AnnecyInfine ci sono i concorsi minori, ad ognuno dei quali è dedicato un singolo programma. I corti per internet sono animazioni (in genere fatte in flash) che si trovano in giro per la rete, mentre i film su commissione (films de commande) sono spot pubblicitari, video musicali o, in misura minore, altre varianti di opere fatte su richiesta di qualcuno. In entrambi i casi si tratta di cosine piccole, con a tratti qualche buona idea ma in generale prive di spessore.

Al di là del concorso, esistono parecchie altre proiezioni, alcune di esse consuete di anno in anno e altre che variano. Una serie di programmi costante è la retrospettiva dedicata ad una nazione: quest’anno era il Canada, nel 2004 la Corea, nel 2003 l’Australia. A seconda della ricchezza culturale della nazione in questione vengono proposti più o meno programmi: per il Canada c’erano la bellezza di 12 programmi, essendo (anche se pochi lo sanno) la nazione più all’avanguarda per l’animazione di qualità, mentre per Australia e Corea erano rispettivamente cinque e sette. Altro programma costante è "Il grande sonno", dedicato agli ahimé scomparsi animatori durante l’anno.
E poi, al di là di questo, ci sono programmi sparsi: cortometraggi, anteprime, retrospettive. Per quanto riguarda i cortometraggi, quest’anno c’erano due programmi dedicati ai corti Politically Incorrect, uno sul Brasile, uno sull’Olocausto e uno sull’animazione indipendente newyorchese. Negli anni passati si son visti inserti, tra l’altro, su Charlie Bowers, sull’animazione erotica, su animazione e musica, sui titoli dei film.
Per le anteprime, se i francesi hanno qualcosa da presentare, lo fanno ad Annecy: quest’anno nulla, l’anno scorso il mediocre La profezia delle ranocchie, due anni fa il fetido Les enfants de la plouie e l’ottimo Les triplettes de Belleville. Quasi sempre viene portato un giapponese che poi sarà distribuito al cinema: Appleseed nel 2005, Ghost in the shell 2 nel 2004, Kiki’s Delivery Service e Patlabor XIII nel 2003, e ogni tanto arriva qualche altra novità: quest’anno c’era Madagascar, ad esempio.
La città vecchia di Annecy
Assistere al festival è faticoso: ci sono sei proiezioni al giorno, dalla prima delle 10:30 di mattina all’ultima delle 23, ed è normale farne quattro o cinque, sei nei casi particolari. Di solito non c’è tempo nemmeno per mangiare decentemente, e si finisce per ricorrere a panini, kebab, crepes da asporto e simili. Ovviamente nessuno ti obbliga ad assistere a tante proiezioni, c’è chi se la prende più con calma. Io, che vado lì apposta in vacanza, ci tengo a vedere più roba possibile, anche se alla fine è piuttosto stancante. Non è una vacanza riposante, nel complesso. Dico sottovoce, però, che è diritto riconosciuto di tutti ronfare durante le opere più noiose. Anzi, nello spettacolo delle 14 è quasi la norma individuare nel catalogo qualcosa da 10-20′ potenzialmente noioso, guardarne i primi minuti e poi lasciarsi andare tra le braccia di Morfeo. Gli applausi (educatamente immancabili alla fine di ogni proiezione, anche la più fetente) poi fanno da sveglia.

L’organizzazione è più che buona, tra l’altro. Proiezioni in sostanziale orario (ma nel 2005 di meno che negli anni precedenti), accrediti funzionanti, cataloghi dettagliati gratuiti e borsa in omaggio per chiunque abbia un accredito, file ordinate mai troppo lunghe, qualità di proiezione impeccabile e, soprattutto, sostanziale bilinguismo anglo-francese, cosa veramente rara in terre d’Oltralpe e che è apprezzatissima dal pubblico internazionale. Se un’opera è in francese, ha i sottotitoli in inglese e viceversa. Per le altre lingue, sottotitoli in una delle due lingue, con leggera prevalenza dell’inglese.

Quello però che non si può descrivere è l’atmosfera del festival, di come si respiri passione per l’argomento e di come una cittadina francese si trasformi per accogliere appassionati di animazione da tutto il mondo. Bisogna andarci, per capire. Accennerò infine facendo finta che sia un argomento secondario al fatto che le giovani animatrici presenti sono tante e tutte belle.

(Next: cosa c’era di bello e di brutto in breve)

Grandi scoperte

Sassello, estate 1980.

Simone G: Blah blah blah cazzo blah blah blah
Luchino Ingenuino: Che cos’è il cazzo?
Tout le monde: Ah, ah, ah! Luca non sa cos’è il cazzo!
Marco P: E’ quello che hai lì (indicando l’oggetto della discussione).
Luchino ora un pochino meno Inguenuino: Ah.

Da allora ho imparato a far finta di sapere il significato delle parolacce e a cercare di dedurle dal contesto, e al limite poi indagare con discrezione in seguito. Si tratta di una condotta che viene spesso utile in questa cinica, ipocrita vita.

Negazione parte prima: The Early Days

(Appena finita la Settimana Enigmistica, ecco un’altra serie di articoli che interessano poco alla maggior parte delle persone che mi leggono! Quante ne so…)

Come i miei affezionati lettori sapranno, c’è stato un periodo nella mia vita in cui ho subito il fascino musicale dell’hardcore italiano, e in particolare del suo gruppo storicamente più importante, i Negazione. Da giovane ero molto affascinato dalla componente letteraria dei loro testi: crescendo ho parzialmente ridimensionato quelle parole che tanto amavo, ma, come omaggio al mio passato e anche per rivelare un aspetto meno noto di quel tipo di musica, mi piace l’idea di analizzare l’evoluzione di questo gruppo attraverso i loro testi.

I Negazione nascono con tre mini-dischi (EP, demo, chiamateli come volete): "Mucchio Selvaggio" del 1984, "Tutti Pazzi" del 1985 e "Condannati a morte nel vostro quieto vivere", sempre del 1985.
In questa prima fase i giovanissimi Negazione danno grossa importanza al lato più politico (in senso lato), più antagonista dell’essere punk; cosa che, a distanza di vent’anni, appare ingenua, poco originale e, come vedremo, anche un po’ limitata. Il concetto di base, ripetuto e variegato in mille salse, è la contrapposizione tra "noi" e "loro", tra coloro che si ribellano ad una società plastificata e massificata e coloro che invece vi si crogiolano dentro, più o meno consapevolmente. L’idea è abbastanza banale, e pecca della superficialità di chi ritiene che sia impossibile ogni compromesso, ma non mancano alcuni spunti interessanti.

Efficace nella sua sintesi è "Tutti pazzi" (che compare due volte, nel primo e nel secondo mini):

Nelle strade, nelle piazze, nei palazzi
i bambini, madri a casa, operai
tanti soldi, una casa, un lavoro
tutti pazzi, tutti pazzi, tutti pazzi!
Non è questa la mia vita,
tutto questo non fa per me
Una guerra, una morte, grande corsa verso la morte
tutti felici, tutti contenti, state morendo
tutti pazzi, tutti pazzi, tutti morti.

La "ribellione" è totalmente negativa: rifiuto del modus vivendi della società "comune" ma senza alcun proporre alcune alternativa. Molto pertinente è la contestualizzazione del primo verso che evoca bene la periferia torinese da cui provengono i nostri, e particolarmente azzeccata la parola "palazzo", vista in senso negativo, che compare anche altrove con significati simili; in generale, il contesto urbano proletario è facilmente individuabile in molti pezzi e fornisce lo sfondo ideale per ciò che viene espresso. Anche i concetti di morte e pazzia, intesi con un fortissimo accento morale, si ritrovano piuttosto spesso. "Condannati a morte nel vostro quieto vivere", già dal titolo è esplicita da questo punto di vista. Questo è un brano di "Noi":

[…]
Noi, rovesceremo l’orgoglio delle vostre automobili
noi distruggeremo la felicità delle vostre domeniche
perché noi, noi vi abbiamo condannati a morte nel vostro quieto vivere
voi, voi vi siete condannati a morte nel vostro quieto vivere…
[…]

Nettissima qui la contrapposizione tra "noi" e "voi", con una negazione persino del diritto della felicità di stare tranquilli di domenica. Curioso che, dal punto di vista sintattico, le canzoni siano spesso rivolte a un fantomatico pubblico indirizzato con "voi", che rappresenta paradossalmente coloro che non ascolteranno mai questo tipo di musica!
E ancora in "Plastica umanità":

[…]
Plastica…sincronizzazione…passaggio sotterraneo…
rifiuti…burocrazia…arti artificiali…neon…morte!
Catena di montaggio……morte!
Zona da evacuare……morte!
Morte……morte…..morte!!!!
[…]

Se da un lato alcune immagini come "burocrazia", "neon", "catena di montaggio" rappresentano bene il disagio urbano, lascia perplessi invece prendersela con la sincronizzazione, gli arti artificiali e soprattutto con il povero passaggio sotterraneo!
Questa mancanza totale di ironia (il peccato più grosso della militanza dura e pura) a volte sfocia nel ridicolo più esplicito: "Omicida 357 magnum" racconta in modo molto circostanziato le disavventure del povero Sergio Vittore alle prese con un poliziotto di cattivo umore durante il capodanno 1984. "357 magnum… un’arma tremenda!"

Eppure, accanto a tutta la rabbia, tutto il livore, fanno breccia alcuni pezzi più personali. Si tratta sempre di testi piuttosto pessimisti, forse opera di adolescenti inquieti, che però hanno una loro forza. "Tutto dentro", per esempio, è semplice ma efficace:

Stanze vuote, anime grigie, nessuna parola, silenzio lancinante
solo un dolore straziante dentro di me che arriva all’improvviso
senza un perché…….tutto dentro
rabbia ed impotenza per non sapere chi combattere
non un pensiero, non una parola
ancora immagini in bianco e nero
mentre tutto intorno continua la grande farsa
mentre vicino a me amici non importanti
mentre poco fa attimi di gioia esplosiva
mentre fra poco ancora parole e risate
ma adesso solo buio
adesso tutto dentro
tutto cosi` lontano
tutto dentro, amore e dolore, tutto dentro

Nulla di eccelso, per carità, a tratti sembra quasi Battisti, ma la sensazione di estraneità che si prova nei momenti di tristezza è resa molto bene, congiuntamente alla consapevolezza della fugacità di questi momenti. Si tratta di una canzone molto astratta, con nessun riferimento ad un mondo che appare molto lontano.
O ancora, "Chiuso in te stesso":

[…]
Il cielo scuro e nero e` la sola cosa che ti rimane,
riempire il tempo coi tuoi bagliori spenti:
tutto quello che sai fare
la nebbia sta invadendo le pieghe della tua mente,
non sono solo pensieri, questa e` la realta`,
buio fuori e buio dentro, ricordi opachi e vaghi…
chiuderti in te stesso e` l’unica risposta.
[…]

L’insistere su immagini meteorologiche contribuisce alla sensazione di oppressione. Il testo, molto lungo e sostanzialmente incomprensibile senza un supporto scritto, si conclude con "chiuderti in te stesso, non hai saputo fare altro". Ancora una volta, però, anche quando ci si rivolge verso l’interno, spicca la mancanza totale di un lato propositivo. D’altra parte, in un gruppo che si chiama "Negazione", forse è programmatico.

Queste due tematiche dei primi Negazione si fondono nella canzone forse più emblematica di questo periodo, "Niente", che verrà poi ripresa nel disco successivo, e che probabilmente è il miglior testo dei primi tre EP.

Passa il mio sguardo attraverso il nero,
ma non trova niente su cui soffermarsi,
vaga nel vuoto, attraverso i sentimenti,
sa che cosa cercare ma non lo riesce a trovare
….negli occhi spenti, nelle menti vuote,
nelle facce inerti, nei corpi privi di vita,
sopra i vetri lucidi, sull’asfalto sporco,
lungo i cavi elettrici, attraverso sbarre metalliche,
in officine ripiene di carne, lungo corridoi in bianco
e nero, sui treni e sulle macchine colmi di gente che
non sa dove andare, tra vestiti sporchi di sangue,
vite sporche di rabbia…
Diciottto anni colmi di nulla, sensazioni di impotenza tra
atteggiamenti imposti, tra imposizioni subite in mezzo
a lavoro, casa, scuola, ipocrisie e nessuno se ne accorge,
in mezzo a divise, bandiere e simboli, tra soldati,
maestri e capisquadra, in mezzo ad apatia,
sconfitta e solitudine, tra una razza che sta perdendo
il suo padrone… In mezzo a tutto questo solo schifo,
tra ognuna di queste cose solo disgusto, da niente di
tutto ciò qualcosa di cui ne valga la pena,
di tutto questo nulla che fa per me,
per tutto questo solo ed unicamente odio…
Dentro ai miei occhi colorati a sogni,
nella mia mente attiva,
nel mio corpo in continuo movimento,
nella mia faccia incazzata… niente,niente,
niente di tutto questo….
niente, niente, niente di tutto questo…
…niente……..niente!

A partire dal titolo si presenta una canzone nichilista, di rifiuto, ma non in nome di una non ben precisata diversità, di una contrapposizione tra "noi" e "voi", ma in relazione ai sentimenti dell’autore, che si sente perso in un mondo che non riconosce come il suo.
Dopo i primi versi cantati con voce molto sforzata (Zazzo dà il massimo in "Niente", si soleva dire) parte un elenco di immagini prese dal consueto immaginario urbano, ma di efficacia assai superiore rispetto a quelle citate in precedenza. Particolarmente riuscita le "officine ripiene di carne" e "vestiti sporchi di sangue, vite sporche di rabbia". In seguito alle osservazioni che contestualizzano il discorso, un’informazione rilevante: "diciotto anni". C’è la tendenza immediata a sminuire le opere degli adolescenti, ma in questo caso la rabbia di chiunque sia stato ragazzo e non andasse d’accordo col mondo verrà ritrovata. La descrizione di questo mondo si distacca un po’ dalle consuete immagini di città industriali, rivolgendosi invece verso un principio di autorità che, secondo l’autore, domina la società. Volutamente disturbante è il verso una razza che sta perdendo il suo padrone", anche se, al di là del fastidio implicito nell’affiancare due termini carichi come "razza" e "padrone", mi sfugge di cosa si tratti. Molto, molto importante è la parte successiva, perché è l’unico caso di una nota positiva nella prima fase dei Negazione; riprendendo i primi versi, nascono delle contrapposizioni:
negli occhi spenti –> nei miei occhi colorati a sogni
nelle menti vuote –> nella mia mente attiva
nelle facce inerti –> nella mia faccia incazzata
nei corpi privi di vita –> nel mio corpo in continuo movimento
Esiste quindi la possibilità di un lato propositivo? In potenza, per ora. Al momento, solo il rifiuto: "niente, niente, niente di tutto questo."
Come vedremo, in seguito le cose inizieranno a cambiare.

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