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Un fumetto extraterrestre, molto extra e poco terrestre

Esistono quattro autori di fumetti di cui compro tutto quello che trovo. Non è programmatico, è un fatto di cui mi sono reso conto a posteriori, quasi casualmente. E altrettanto casualmente essi coprono quattro delle cinque principali scuole fumettistiche mondiali: Osamu Tezuka per i manga, Andrea Pazienza per i fumetti, Alan Moore per i comics e Lewis Trondheim per le bande dessinée (la quinta scuola, quella delle historietas, rimane fuori. Pazienza).

Oggi parlerò dell’ultimo autore citato, probabilmente il fumettista più eclettico e geniale che sia in circolazione. Francese, nonostante il nome d’arte anglo-norvegese, Lewis Trondheim è attivo sostanzialmente su tre fronti diversi:
– i fumetti per bambini: Re Catastrofe (Le Roi Catastrophe), Piccolo Babbo Natale (Petit Père Noël), Confusione Mostruosa (Monstrueux Bazar) ne sono alcuni esempi. In generale sono piacevolissimi anche per un lettore adulto.
– il fumetto mainstream in senso francese: la celeberrimo Fortezza (Donjon)  in collaborazione con Sfar e il meraviglioso Lapinot (Les Formidables aventures de Lapinot). Forse il meglio della produzione dell’autore, fumetti ad ampio respiro, divertenti e drammatici.
– il fumetto sperimentale: spesso insieme a "L’Association", lavori di solito brevi come Non, non non, Galopinot, La mosca (La mouche) e altri fumetti in cui sperimenta le potenzialità del medium.

In Italia la fortuna di Trondheim è decisamente scarsa. Sono stati pubblicati tre numeri (e non i primi tre!) di Lapinot dalla BD con esiti disastrosi. La Fortezza è stata editata in parte dalla defunta Phoenix e in parte dalla Magic Press, ma coprendo nel complesso solo sei volumi sui circa venticinque che sono usciti in Francia, e non mi pare che le speranze per il futuro siano rosee. Leggermente miglior fortuna ha avuto il filone infantile, che però, nonostante sia piacevole da leggere, è il lato meno interessante di Trondheim. E allora non ho avuto scelta: ho iniziato a comprare i volumi in francese. Con tanta, tanta pazienza e un dizionario si riesce a capire praticamente tutto (contestualmente, ho scoperto che la lingua francese mi piace molto e ho iniziato a studiarla, ma questa è un’altra storia).
Nelle mie escursioni in Gallia di solito acquisto parecchia roba, ma ogni tanto la FNAC, catena di mediastore che tiene anche fumetti in francese, offre qualcosa. E poco prima di Natale monsieur FNAC mi ha fatto il regalo di farmi trovare A.L.I.E.E.N., una delle ultime fatiche del Trondino.

A.L.I.E.E.N. sta per Anthologie de Littérature Infantile Extraterrestre Egarée Négligemment (Antologia di letteratura infantile extraterrestre trascuratamente smarrita), e apparentemente questo fumetto si colloca nel filone per bambini della sua produzione, ma a ben guardare è più vicino a quello de "L’Association", il lato sperimentale e anarcoide di Lewis.
Trondheim immagina nell’introduzione di trovare un fumetto alieno durante un picnic con la sua famiglia e di pubblicarlo così com’è, e un fumetto alieno è esattamente quello che leggiamo. Non solo perché i protagonisti sono mostrini extraterrestri, non solo perché essi parlano una lingua sconosciuta in un alfabeto assurdo, ma proprio perché ha un’essenza aliena.
Il fumetto esprime dei sentimenti completamente estranei per noi terrestri: è impossibile capire cosa provano quei personaggi. A tratti pensiamo di ritrovare alcuni nostri modi di essere (amicizia, amore, solitudine, razzismo, forse anche il concetto di bene e di male) ma poi si presentano delle deviazioni che lasciano assolutamente spiazzati, per non parlare di alcune convenzioni sociali date per scontate che ovviamente sfuggono.
C’è di più. Il linguaggio narrativo utilizzato, pur ricadendo nei canoni più stretti del concetto di fumetto (closure + vignetta + baloon) ha qualcosa di differente. Ognuna delle micro-storie che compongono l’opera inizia e finisce senza un inizio e una fine ben chiare, e a tratti si sovrappongono temporalmente, senza però un ordine preciso.
Infine, nei baloon c’è un alfabeto alieno. All’inizio pensavo che fosse un giochino simile a quello di Futurama, cioè un semplice codice del tipo "a lettera uguale corrisponde simbolo uguale", e il fatto che sotto un disegno di un occhio ci fosse una parola di tre simboli (come oil in francese) mi aveva dato l’idea di provare a decifrare. Mi sono poi reso conto, invece, che narrativamente quei pochi dialoghi hanno senso anche senza capire cosa c’è scritto dentro, similmente agli omini nei cartoon di Bozzetto o di Quino che parlano senza che si capisca cosa dicono, e questa è prova di grande talento per la sceneggiatura.

E’ quindi ben difficile dire di cosa parla questo libro. Ci sono alcuni mostrini alieni, alcuni di essi hanno delle avventure o qualcosa di simile e interagiscono tra di loro, in una città e nei suoi dintorni. Per la sensibilità terrestre lo direi poco adatto ai bambini, tutto sommato, per l’eccesso di dettagli splatter (apparentemente c’è dell’umorismo macabro simile a quello di Happy Tree Friends, ma umorismo non è) e ovviamente perché non ci si capisce niente. L’edizione è curatissima, come da tradizione francese: potrebbe sembrare stampato male, ma si tratta della riproduzione di un fumetto lasciato all’aperto per qualche giorno, quindi è inevitabile.

Trondheim non si smentisce, ancora una volta un fumetto geniale.

A.L.I.E.E.N., Brèal Jeuness 2004, 92 pagine cartonate 17×22, 12 euro.

Dieci trucchi per cavarsela nelle sit-com americane

1) Sii nero. E’ divertente.
2) Sposati senza timori, dopo vent’anni di matrimonio è normale essere innamorati come il primo giorno.
3) Se sei una ragazza adolescente, puoi scegliere se essere bella e scema oppure una secchiona apparentemente brutta ma in realtà ricca di sensualità nascosta. Non hai altre possibilità.
4) Se sei un ragazzo teenager, devi essere uno scavezzacollo. Non hai altre possibilità.
5) Tre figli è proprio il minimo. Rassegnati.
6) Un progetto di scienze che non sia un modello di un vulcano o del sistema solare è il miglior coronamento di una carriera scolastica.
7) Ai genitori si dice tutto. Intanto, se non glielo dici lo scoprono.
8) Dato che l’unica punizione possibile è farsi rinchiudere in casa, premurati di avere un albero davanti alla finestra per poter uscire.
9) E’ una buona idea avere degli amici con nomi assurdi tipo Scarafaggio, Stinky, Six o Potsie. I loro fallimenti faranno rifulgere i tuoi successi.
10) La cosa più importante: dopo aver detto una battuta, fai una pausa rimanendo immobile. La gente deve avere il tempo di capirla e di ridere

Pierino colpisce ancora: un’analisi semiseria

Mi piace il cinema di genere italiano d’annata, quello che viene anche chiamato “cult” o “trash”. Non sono solo ragioni sentimentali, è che trovo che i film prodotti nel decennio dal 1974 al 1984 circa abbiano in media una dignità e un mestiere che sono rari nel cinema italiano odierno. Attori incapaci come Stefano Accorsi, per dire, non avrebbero trovato posto in un poliziottesco di Umberto Lenzi o una commediaccia con Edwige Fenech.

Pierino colpisce ancora, datato 1982, è uno degli ultimi film di questa gloriosa stagione. Intepretato da Alvaro Vitali per la regia di Mariano Girolami, presenta un soggetto ridotto all’osso che è apparentemente una sequenza di gag, tanto che è stato definito come “film barzelletta”. Infatti, molte delle scene che compongono l’opera sono a me note come barzellette: non so dire se lo fossero anche in precedenza o se in seguito siano assurte a questa dignità, ma a questo punto non è molto rilevante.

Questa struttura pare una negazione del cinema, la cui essenza, al di là degli sperimentalismi, è di raccontare una storia. E se la storia è riassumibile in “Pierino combina guai, Pierino viene spedito in collegio, Pierino torna e combina altri guai”, c’è da essere perplessi sulla dignità di film per produzioni del genere. In realtà si tratta di un giudizio affrettato e superficiale: osservando con attenzione, si possono notare diversi elementi a dir poco interessanti.

 

Ad esempio, esaminiamo il rapporto di Pierino con la scuola. L’istruzione non fa per Pierino, ma non è tutta colpa sua. Agli esami gli vengono rivolte domande oggettivamente stupide. Le sue risposte sono in alcuni casi di insofferenza sarcastica di fronte al più gretto nozionismo:
-Quando è morto Alessandro Manzoni?
– Alessandro Manzoni è morto? Poverino, non sapevo manco che stesse male!
In altri casi le risposte sono formalmente corrette ma tese a sbeffeggiare il professore e le sue domande insensate:
– Fammi una frase col verbo Scorrere.
– Scorre Giava nel suo letto.
In altre circostanze, infine, abbiamo risposte che denotano quella facoltà rara e preziosa nota come intelligenza laterale:
– Se ho nei pantaloni in una tasca centomila lire e nell’altra diecimila lire, che cos’ho?
– Ho i pantaloni di un altro.
E di fronte ad una maestra tanto demente da chiedere ai suoi ragazzi di portare in classe un oggetto che ricordi una
canzone, chiunque con un QI superiore a quello di Forrest Gump non può fare altro che deriderla, portando ad esempio una sega a rappresentare”Solitudine”.

In sostanza, la percezione che si ha è che la scuola sia inadeguata a confrontarsi con un’intelligenza vivace e anomala come quella di Pierino, e che sappia reagire solo nel peggiore dei modi: bocciando il ragazzo. Che risorse preziose sprecate!

 

Ma il rapporto di Pierino con la società non si limita alla scuola in sensostretto. Egli è il figlio di un oste romano (intepretato dal grande EnzoLiberti), e come tale non è ricco. In collegio viene a contatto con una brancadella società che raramente mette piede nei quartieri in cui abitava a Roma, palesemente proletari. Il personaggio di Oronzo, il cui nome è scelto per uno scopo ben chiaro, è simbolo di questa disparità. Oronzo, lo studente perfettino e di evidente estrazione alto-borghese se non aristocratica, è antipatico, studia sempre, servile nei confronti della maestra e del preside, afferma di sapere tutto e osa persino sfidare Pierino sul suo terreno, quello dell’arguzia.
Ovviamente perde, e allora ricorre alla violenza: lo sfida ad un incontro di pugilato. Certo, dice “Non è una volgare rissa da strada, ma la nobile arte della boxe”, ma è una chiara mistificazione: la sfida sul ring rappresenta per lui esattamente quello che per Pierino è una scazzottata in strada. La scena dell’incontro di pugilato è il climax del film: la contrapposizione tra Pierino (“So’ gagliardo e so’ carino”) e Oronzo (“Mi sa tanto che sei stronzo”) è una grandiosa metafora della lotta di classe. Non rovinerò la sorpresa svelandovi come va a finire.

 

La famiglia di Pierino, nello specifico il rapporto col padre, è un ulteriore tema interessante. Egli appare disperato per avere un figlio del genere, ma a tratti si intuisce che gli vuole molto bene, e che è solo preoccupato per il suo futuro. Ne è testimonianza il fatto che lo manda in collegio, luogo dove spera, secondo il luogo comune che una volta imperava, che “gli avrebbero insegnato a rigar dritto”. Accompagnato il figliolo a Grosseto in quella prigione per bimbi, al momento di congedarsi assistiamo a questo dialogo:

– Pieri’, hanno voluto un sacco de soldi!
– A papà, fatteli rida’ che ce ne annamo!
– No, non famo scherzi, tu devi studia’. E’ meglio che me ne vado che me sto a commuovere.

Osservate la sovrapposizione, nel padre, della sua sensibilità proletaria al denaro con l’amore per il figlio, con la nozione
dell’importanza della cultura e con la preoccupazione per ciò che lo attende. L’eccessiva attenzione di questo genitore nei confronti di cameriere e belle sconosciute è evidente indice di scarsa felicità coniugale; il suo lavoro non gli dà evidentemente grandi soddisfazioni, la figlia maggiore è sposata e quindi Pierino è tutto quello che gli rimane. La separazione è più dolorosa per lui che per il figliolo.

Ma tutti questi temi sarebbero pallosi se non fossero supportati da scene come la lezione sulle scorregge di Pierino (Alfonso, Pasquale e Roberto Bracco), da Pierino e la carne di elefante, da Pierino che recita l’Iliade. Questa è classe.

Misteri della vita V

Cosa mettono dentro le caramelle Menta fredda per fare in modo che creino una tale dipendenza?

Lavoratori…prrr!

Sono mediamente soddisfatto del mio lavoro di informatico. In tempi come questi già poter contare su uno stipendio abbastanza sicuro non è poco, e comunque sono nelle vicinanze delle cose che mi piacciono. Su molte cose si può (anzi, si deve) migliorare, ma tiro un sospiro di sollievo quando penso alla gente che certi lavori. Ecco la mia top5 dei lavori che farei solo se costretto dalla fame.

1)l’omino che vende i biglietti nella metropolitana di Milano presso la fermata Stazione Centrale. C’è sempre una fila lunghissima di imbecilli che chissà perché non prendono il biglietto nelle edicole in superficie o dalle macchinette automatiche. Questo signore passa la giornata a dare un biglietto in cambio di un euro, senza vedere mai la luce del sole, con vicino i drogati che chiedono spiccioli, senza la possibilità di conoscere i tuoi interlocutori e senza brividi maggiori di quelli che chiedono un biglietto per Sesto o di coloro che pagano con un biglietto da cinquanta.

2)la guardia giurata. Non solo non succede mai niente, non solo devi essere sempre pronto nel caso succeda qualcosa, ma devi anche sperare che non succeda niente. Questa specie di Deserto dei Tartari all’incontrario mi pare la negazione più totale di ogni stimolo all’amore per il proprio lavoro.

3)l’autista di mezzi pubblici urbani. Sarà che non amo guidare i mezzi a più di due ruote, sarà che detesto il traffico, sarà che comunque per me il senso di un viaggio è di andare da un posto all’altro e arrivare il prima possibile, ma passare le giornate su mezzi grossi e lenti in mezzo al traffico mi pare orribile. Più tollerabile è fare il camionista, almeno vedi posti diversi e te la smenazzi di meno con semafori e code.

4)il lavascale. A nessuno piace molto fare pulizie in casa, ma ognuno ha un lavoro che destesta più degli altri. Per quanto mi riguarda, si tratta di pulire i pavimenti: scopare e poi lavare per terra. Fare di questa incombenza un mestiere, per di più andando su e giù per le scale, mi risulterebbe decisamente fastidioso. Beh, almeno a furia di fare step avrei delle belle chiappette sode.

5)il vigile urbano. Stare in mezzo al traffico tutto il giorno e respirare gas di scarico nonché rischiare di esser travolto già è poco bello, ma quando a questo si aggiunge che tutti ti odiano c’è da rendere poco invidiabile il mestiere. E non si tratta solo di multe, ma anche del luogo comune (vero? falso? chissà!) per cui "quando c’è un vigile ad un incrocio, il traffico peggiora".

La penso divertamente sui lavori propriamente detti "manuali": facchini, contadini, muratori eccetera. Non mi sono mai occupato di attività del genere, ma ne nutro un enorme rispetto. Non so se possano dare soddisfazione, ma ogni volta che vedo gente sgobbare penso che il vero lavoro sia solo il loro, mentre le cose che faccio io non sono altro che cazzate. E un pochino li invidio…

Milena

Alassio, 1984. Andava di moda un simpatico scherzetto.

-Sai chi è Milena?
-No.
(pugno nelle balle del malcapitato)
-E’ quella che ti castra e che va in giro con una balena.

Vi prego, trovatemi il genio che ha inventato questa gag.

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