Boing. Hop, presa.
Boing. Hop, presa.
Boing. Mancata, la vado a recuperare.
Boing. Hop, presa.
Mamma XXmiglia: – Cosa sta facendo tuo figlio?
Papà XXmiglia: – Sta giocando con la Pallina Schizofrenica
Per non poco tempo da bimbo ho avuto una saltuaria passione: mettermi per terra sul pavimento del salotto di casa mia e lanciare una pallina di gomma (una di quelle note come palline rimbalzine) sul muro e poi riprenderla. I miei genitori avevano battezzato questo gioco la Pallina Schizofrenica, in parte per l’associazione del suono con "schizzo" e "frenesia", in parte perché la parola fa ridere e in parte perché, sotto sotto, non sembrava loro molto normale che un bambino passasse ore a lanciare una pallina contro il muro per afferrarla al volo. Il richiamo ad una malattia mentale, anche se di tipo diverso, probabilmente era un po’ freudiano.
Quello che non ho mai detto loro è che in realtà l’esercizio di lanciare e recupare la Pallina Schizofrenica era un modo che avevo per concentrarmi meglio, attraverso l’automatismo dei gesti che acquisivo col la ripetizione e che aiutavano a distaccarsi in un certo modo dal corpo. Potrei dire che si trattava di una specie di yoga spontaneo, se avessi la minima idea di come funziona lo yoga.
E quindi, lanciando la mia amata pallina, iniziavo a pensare, a risolvere piccoli e grandi problemi, ad immaginare mondi strani e ad escogitare strane invenzioni. Ovviamente non ricordo quasi nulla di quello che pensavo con la Pallina Schizofrenica, erano flash che andavano e raramente venivano sviluppati in qualcosa di coerente, e il fatto che siano passati oltre vent’anni e io non abbia preso appunti non aiuta. Peccato, una volta mi pare di ricordare di aver scoperto il Senso della Vita. Magari a qualcuno farebbe piacere sapere quale sia: procuratemi una pallina rimbalzina e potrebbe tornarmi in mente.
Titolo: Candy Candy
Sigla della serie: Candy Candy (id., 1976)
Parole: Lucio Macchiarella
Musica: Douglas Meakin e Mike Fraser, Bruno Tibaldi (Kobra)
Cantata da: Rocking Horse
Produzione: RCA
Anno: 1980
Il più venduto 45 giri nella storia delle sigle anni Settanta, Candy Candy è considerata una delle migliori creazioni dei celebri Rocking Horse, il gruppo fondato dal cantante, musicista e compositore britannico Douglas "Dougie" Meakin. In effetti è quanto di più simile al concetto, spesso sottolineato da Meakin nelle interviste, di sigla-canzone, ovvero di brano musicale nato come sigla, ma pensato con tutti i crismi di una vera canzone, anziché strutturato come un semplice jingle o una musichina infantile. Candy Candy, che in origine doveva essere la sigla di Lassie, e venne poi ridiretto dalla RCA sulla famosissima serie animata per bambine (unendovi una parte già composta da Bruno Tibaldi, in arte Kobra), è un pezzo country molto convincente, con parti di chitarra sofisticate e per nulla banali, eseguite dal chitarrista Dave Sumner (gli altri Rocking Horse erano qui Mike Fraser alle tastiere, Michael Brill al basso e Derek Wilson alla batteria; all’incisione parteciparono anche i Fratelli Balestra e un giovane Marcello Cirillo).
I testi sono invece firmati da Lucio Macchiarella, frequente collaboratore del gruppo e uno dei migliori parolieri dell’ambiente (Conan il ragazzo del futuro, L’isola del tesoro, Ken il guerriero). Vediamo come se l’è cavata in questa occasione, in una delle sue prime prove.
1
Candy è poesia
Candy Candy è l’armonia
Candy è la magia
Candy Candy è simpatia
La sigla non perde tempo a introdurre il personaggio di Candy, sciorinando una serie di paragoni che pervadono l’intera canzone. Alcuni di essi sono appropriati, altri meno, ma in generale solo alcuni aspetti del personaggio e della sua storia vengono colti. Quindi se la generosità, la simpatia e la dolcezza che sfiora la zuccherosità sono caratteristiche giustamente trattate, viene tuttavia clamorosamente mancato il concetto di "sfiga" (o, se preferite, di "risolutezza nei confronti delle avversità") che per molti è il vero sinonimo di Candy Candy, forse non a torto.
Tutto ciò riflette naturalmente il fatto che questa sigla, come capitava spesso ai tempi, venne partorita avendo visto solo la sigla originale della serie: le disavventure della nostra bionda eroina sono quindi rimaste del tutto ignote agli autori della versione italiana.
Nel dettaglio di questa prima strofa, c’è da segnalare che se "poesia" e "simpatia" sono un’ottima sintesi dei due aspetti del personaggio, "armonia" e "magia" sono più oscuri, se non interpretandoli come metafore molto forzate, e comunque troppo generiche per risultare efficaci.
2
È zucchero filato
È curiosità
È un mondo di pensieri e libertà
È un fiore delicato
È felicità
Che a spasso col suo gatto se ne va
Al variare della melodia il soggetto viene dato per acquisito, e si procede per ellissi a narrare le virtù di Candy.
Lo "zucchero filato" e il "fiore delicato", seppure stereotipati, sono sostanzialmente corretti. La curiosità non spicca invece particolarmente tra le caratteristiche di "tutte lentiggini", ma la si può accettare. Sono invece il "mondo di pensieri e libertà" e la "felicità" che appaiono totalmente fuori luogo: il pensiero non è una delle doti della ragazza, che è infatti dipinta come un’istintiva; libertà ne ha ben poca, in generale, essendo costretta dalle circostanze a fare quello che deve fare; per non parlare della felicità, di per sé assurda in senso soggettivo (essendo noto che la tristezza la fa da padrona nelle vicende di Candy, i cui stessi comprimari vedono funestata la propria vita da lutti e disgrazie per la mera presenza della biondina[1]), ha ben poca giustificazione anche in senso oggettivo: guardare la serie potrà certo recare piacere ai suoi spettatori, ma credo che nemmeno i suoi fan più accesi possano sinceramente asserire che la visione di Candy rechi "felicità".
L’ultimo verso appare particolarmente assurdo. Il "che" relativo nelle intenzioni dell’autore era probabilmente da riferirsi a Candy. Tuttavia, a livello sintattico, esso sembra legarsi alla "felicità" del verso precedente, significando quindi che "Candy Candy è felicità che se ne va a spasso col suo gatto" (espressione che suona peraltro un po’ troppo colloquiale). Ora, è semplicemente grottesco che un sentimento astratto si intrattenga a passeggio con un qualsivoglia animale da compagnia, ma si può ancora fare uno sforzo riferendo il relativo a Candy. Rimane però falso che quest’ultima se ne vada a spasso col suo gatto, perché il povero Clean è in realtà un orsetto lavatore: notorio è tuttavia l’episodio in cui Meakin, interrogandosi sulla natura dell’animale che intravedeva sullo schermo, riceveva in risposta lo sbrigativo "Sarà un gatto". Purtroppo la lotteria zoologica andò male.
3
Candy, oh Candy, nella vita sola non sei
Anche nella neve più bianca, più alta che mai
Candy, oh Candy, che sorrisi grandi che fai
Che sapore dolce, che occhi puliti che hai
Giunge il ritornello, e come capita spesso, dopo aver elencato le virtù della protagonista nelle prime strofe, la canzone cambia registro e si rivolge direttamente all’eroina.
Inizia con un incoraggiamento: "Candy, nella vita sola non sei". Il che, per qualcuno che aveva visto solo la sigla, è una bella botta di fortuna, perché ha colto un altro aspetto importante della vicenda di Candy: il fatto che anche nelle peggiori avversità potesse contare su qualcuno. La metafora della neve è invece tremenda: se da un lato può evocare l’idea di essere immobilizzati e non potersi muovere (come a volte capita nelle difficoltà), dall’altro la neve è sinonimo di candore, di purezza, cosa che non ha nulla a che fare col discorso. In più, l’autore ha pensato bene di ricordarci che la neve è "più bianca che mai" per condurre la metafora nel senso sbagliato.
Anche la seconda parte ha qualcosa di sbagliato: vadano i "sorrisi" (anche se la "grandezza" di un sorriso mi pare un parametro grottesco, da Lupo Cattivo), vadano anche gli "occhi puliti", sinonimo di sincerità (dubitabile, però: vedi oltre), ma il "sapore dolce" è assai fuori luogo. Anche accantonando l’immagine puramente antropofaga che potrebbe venire in mente a un ascoltatore malizioso (ritorna il Lupo Cattivo!) e interpretandolo come una sorta di sinestesia, è comunque caricato di una connotazione sensuale, quasi erotica, che, parlando di Candy Candy, dà i brividi.
4
Candy è fantasia
se racconta una bugia
Candy è l’allegria
che ci tiene compagnia
La terza strofa, come da tradizione, è quella che non si sente nei passaggi televisivi, e a cui quindi è associata una minore importanza.
Viene ripreso lo schema del primo verso, ma invece di ripetere il soggetto le frasi diventano leggermente più articolate, occupando la bellezza di due versi ciascuna.
La relazione tra fantasia e bugia viene affrontata in modo ancora più contorto in Pinocchio, perché no?. Una bugia è anche fantasia, è vero, ma l’unico modo che ha Candy per diventare "fantasia" è mentire? Questo implica forse che ogni forma di immaginazione è falsità? In ogni caso, non si ricorda una sola occasione in tutta la serie in cui Candy menta esplicitamente, quindi il discorso è irrilevante.
5
È un sogno colorato
È l’ingenuità
È un desiderio che si avvererà
È un cucciolo smarrito
nell’immensità
nel bosco e tra le case di città
Continua il panegirico della bionda ragazzina, e continuano le perplessità di chi legge il testo con attenzione: perché Candy sarebbe un "desiderio che si avvererà"? La metafora qui ha fatto un passo avanti: Candy è stata paragonata a numerose entità astratte tutto sommato piacevoli (simpatia, felicità, allegria, eccetera); il "desiderio che si avvererà" sembra anch’esso un epiteto attribuito a Candy, benché ciò non abbia alcun senso.
Merita infine attenzione l’ultimo verso: apprezzabile il paragone con un cucciolo smarrito, anche se "l’immensità" pare un po’ eccessivo come luogo in cui perdersi. Sorprendente è poi scoprire dove si trovi quest’immensità: "nel bosco e tra le case di città". Probabilmente si è persa in Central Park, l’unico luogo noto che sia un bosco e, contemporaneamente, sia situato in un grande centro urbano (ed è anche ampio, anche se definirlo "immenso" rimane eccessivo).
[Ripete 3]
6
Ah, Candy Candy, ah…
Ah, Candy Candy…
[Ripete 3, sfumando]
Nel complesso, quindi, si tratta di un testo piuttosto monocorde e non privo di stupidate. Tuttavia, dimostra di aver compreso (ancorché forse casualmente) parte dei temi salienti della storia, e diverse immagini risultano abbastanza azzeccate, a coronamento di una scrittura musicale di prim’ordine e anch’essa molto intonata al romanticismo dolceamaro della serie.
[1] Questa a dire il vero è una mezza leggenda, perché il bilancio finale di Candy Candy è di soli due morti e un mutilato: praticamente trenta secondi di Ken il guerriero, anche se, sulla decina scarsa di amici di Candy, diventa statisticamente rilevante.
– Devo fare un regalo al mio fidanzato.
– Fagli una pipa.
– Già fatta.
– Fagli un bocchino.
– Già fatto anche quello.
– Fagli un portacenere.
– Ma no, non fuma!
Sono molto orgoglioso di conoscere e di poter diffondere questa barzelletta, che potrebbe essere la peggiore che io rammenti. Si affianca ad un doppio senso volgare e banale (bocchino) un altro addirittura sbagliato, che fa riferimento alla rassomiglianza tra pipa e pippa; la differenza di pronunzia delle due parole è però troppo radicale per essere confusa. Inoltre, i doppi sensi sono chiari ancora prima della svolta semantica tipica delle barzellette, poiché l’espressione "fagli" per "regalagli" è assai poco naturale. Infine, ultimo ma non meno importante, non fa affatto ridere, ma si limita a sfruttare semplicemente un po’ di prurigine.
Per evitare di dimenticare questa meraviglia me la ripeto ogni giorno, e d’ora in poi anche voi fate parte del club. Non ne siete felici?
A cosa servono i pavoni? O meglio, visto che di moltissimi esseri viventi mi sfugge l’utilità (giraffe? farfalle? pangolini?), perché il contadino scarpe grosse e cervello fino ne tiene uno nell’aia? Che pro gli fa?
Io sono puntuale. Complimenti, sento dire le schiere dei miei fan, vuoi una medaglia? Sì,invero me la meriterei, poiché essere puntuali è un’attitudine ed è tremendamente complicato e faticoso.
La persona puntuale non si accontenta di calcolare i tempi per arrivare nel luogo giusto all’ora giusta secondo i parametri medi di percorrenza ("ci vogliono dieci minuti in macchina"): no, egli considera il caso peggiore nei limiti della ragionevolezza, con un concetto di "ragionevolezza" che probabilmente è più contorto del dovuto. Io, in quanto uomo puntuale, non considero quindi la possibilità di bucare una ruota, ma il fatto che una corsa di un autobus possa saltare o che ci sia traffico molto superiore alla media sono casi per me perfettamente possibili e quindi da tenere presenti. Persino quando non ho mezzi di trasporto da prendere mi preparo molto prima: non si sa mai, potrei rompere una stringa allacciandomi una scarpa o potrei dimenticare qualcosa a casa e dover tornare indietro.
Il problema è che, per definizione, i casi peggiori non si verificano quasi mai, e pertanto arrivo nel luogo previsto con un anticipo considerevole. Agli appuntamenti con le persone arrivo di solito 5-10′ prima (e non parlo di appuntamenti "galanti", per il quale magari l’anticipo per i maschietti è socialmente accettabile, ma anche andare al cinema o a bersi una biretta con quei soliti quattro figuri che conosco da una vita), mentre per i treni tendo a giungere 15′ prima. Come mi han fatto notare, se avessi perso un treno una volta ogni tanto avrei comunque passato meno tempo in stazione rispetto a quanto ho atteso in stazione in anni di uso regolare dei treni.
Come sarà chiaro, il corollario di questa maledizione è il dover aspettare, e poche cose sono antipatiche come stare in attesa senza far niente, soprattutto se si pensa alle cose interessanti/utili/remunerative che ho dovuto lasciare per venire in antic…ehm, orario. Se sono in macchina magari ascolto la radio o addirittura leggo qualcosa, a volte telefono o riesco ad incastrare una piccola commissione, ma la sensazione di star perdere tempo è comunque asfissiante.
Purtroppo, inevitabilmente, ho a che fare con gente che, stupida gente, non arriva in orario, o se lo fa ha semplicemente avuto fortuna e tutto è filato liscio (quindi, secondo i miei canoni, non è puntuale). È veramente frustrante dover interrompere qualcosa di interessante o dover uscire prima dal lavoro per arrivare 10′ in anticipo, e dover attenderne ancora di più poiché il compagno di appuntamento "ha trovato traffico". Non stupitevi quindi se vedete una persona sbattere la testa contro un muro gridando "Sono le sei del pomeriggio di un giorno feriale in una grande città! C’è SEMPRE traffico!".
Le persone che mi frequentano presto o tardi si rendono conto di questa mia mania. Alcuni di esse curano maggiormente la puntualità, altre tendono a fregarsene ma magari avvertono anche per ritardi di 5-10′, cosa che non farebbero per le persone normali. Mi rendo conto che tutto questo è un indizio di un approccio poco rilassato e disinvolto nei confronti della vita, e che se facessi come tutti gli altri e arrivassi a volte puntuale e a volte in ritardo di poco non succederebbe nulla. Ma è più forte di me: l’orologio è un mio nemico!
Lunedì
Film di scuola 3
Credo che sia quasi una tradizione per me di iniziare ogni annata ad Annecy con la visione dei corti di scuola. Quest’anno addirittura poi li ho visti tutti, e non ne sono pentito: i corti di scuola spesso hanno un’inventiva e un entusiasmo che non si trova nelle opere dei maestri più anziani. D’altronde, le tecniche si appiattiscono sugli economici 2d o 3d e ovviamente i giovani mancano della maturità per dare la grande importanza alle opere. In questo programma ci sono due italiani che meritano una menzione: Che notte di Giulia Ghigini, Dario Lavizzari, Filippo Letizi (a sinistra) rappresenta graficamente la celebre canzone di Fred Buscaglione, con ritmo incalzante. Peccato che senza conoscere il mito di Buscaglione l’opera perda molto. One at a time, di
Angelo Gabriele Barrocu, Alessia Cordini, Valeria Ghiglione e mia figlia Valentina Ventimiglia è una curiosa rappresentazione del celebre enigma di capre e cavoli. Dopo un inizio un po’ titubante la storia devia sul surreale (per qualche strana ragione compare Gesù!) e diventa non poco spassosa. Un buon passo avanti rispetto a Sensi, sfornato dallo stesso gruppo un anno prima. Fairy Berry di Thomas Guittoneau, Yacine Sefsaf, Virginie Giroux e Ho Hung Yu (Francia) merita una menzione per il design curatissimo e per la splendida invenzione della fatina culona (a destra). Non grassa, ma semplicemente culona come sono in realtà alcune ragazze senza per questo essere meno belle. Ho amato anche Clik Clak di Aurélie Fréchinos, Victor-Emmanuel Moulin e Thomas Wagner, un buon 3d con dei robot che trovano un modo un po’ strano per comunicare con un bambino umano. Concludo la rassegna delle opere meritorie in questo buon programma con Schabel Kabaal, del belga Karel Dhondt, storia onirica di osservatori di uccelli che si trasformano in simbologie in stile Kandisky.
Astérix et les vikings
La vecchia storia di Asterix e i Normanni viene ripresa con un pizzico di modernità in più e, come ovvio, con un certo allungamento del brodo per raggiungere i canonici 80′. Il giovinastro di città quindi non appare più come un hippy, ma piuttosto come un discotecaro, e non mancano alcuni riferimenti moderni, ad esempio sull’uso dei cellulari (i piccioni sms!). Inoltre l’azione viene spostata nelle "esotiche" terre del nord e i vichinghi vengono resi meno monolitici mediante l’introduzione del personaggio della giovane vichinga (con cui il giovane gallo vivrà un anomalo romance), dello stregone e del guerriero stupido. L’albo è più compatto e più divertente, ma nel complesso la storia regge ed è ben animata e diretta. Forse il miglior film di Asterix, e non è poco.
When animation meets the living 2.1: Vanity and still lifes
Come accennato in precedenza, si stenta a capire in che senso i corti presentati qua ricadano nel titolo citato. C’è la meravigliosa comica appena vagamente animata di Norman McLaren col suo Opening Speech; c’è Jona/Tomberry di Rosto, già citato l’anno scorso, rivisto ai Castelli Animati e che ad ogni visione trovo sempre più affascinante, pur continuando a non avere la minima idea di cosa significhi. Una bella visione è anche la parabola sui figli che crescono esplicitata tramite la macchina di casa di Home Road Movies, di Robert Bradbook.
Hadashi no Gen
Non ho mai amato troppo il manga di Gen di Hiroshima. Trovo che sia una di quelle opere un po’ vigliacche, che fondano la propria fama sul fatto di occuparsi di un tema talmente importante che mettere in dubbio la loro validità equivale a sminuire l’argomento trattato. E Gen è troppo lungo, con personaggi retorici e finti, non sempre narrato bene. D’altra parte ha i suoi meriti: la narrazione crudissima ed espressionista degli eventi è quanto di più efficace ci sia per parlare della bomba atomica, e la scena del cavallo in fiamme è di una potenza devastante.
Il film tratto dal manga condivide le stesse osservazioni: la prima mezzoretta è l’inutile e stucchevole "Gen il monello quante ne combina ma ha un cuore d’oro". Poi, per fortuna, arriva la bomba, e lo stomaco dello spettatore non viene risparmiato dalle peggiori atrocità (vedi immagine a destra). Un discreto film, comunque, dalla grafica molto anni ’80.
Cortometraggi in concorso 1
Ed eccoci al piatto forte del programma, il concorso dei cortometraggi. Il programma 1 è stato indubbiamente il migliore: anche se non reca il Grand Prix, gli altri due premi Rabbit e Dreams and desires – Family Ties stanno qui. Ma,oltre a questi, diversi corti meritano una menzione.
Una curiosa coproduzione nippo-ceca mette insieme un allievo di Trnka, Bretislav Pojar con una storia ambientata in Giappone. Hiroshi (a sinistra) narra a pupazzi di un pittore eremita che prende con sé un bambino di città, il quale imparerà ad amare e comprendere la natura e le sue leggi, a volte dure. I venti minuti del film scorrono via molto piacevolmente, ma alcuni passaggi narrativi rimangono oscuri, e tutto sommato il tutto banaluccio.
Levijatan, del croato Simon Bogojevic Narath, è una messa in scena del Leviatano di Thomas Hobbes. Ritengo che sia stato poco apprezzato per la scarsa conoscenza dell’opera del filosofo, ma alcune immagini hanno davvero molta potenza. Curiosamente, a tratti riecheggiano un po’ i Monthy Python delle animazioni di Terry Gilliam.
The little matchgirl, di Roger Allers (a destra), è un corto della Disney in perfetto stile disneyano classico. La storia è esattamente quella della piccola fiammiferaia (che appare piuttosto assurda al gusto moderno), compreso, e questo è meno disneyano il finale in cui la piccola muore. Sì, va in un posto migliore, ma comunque muore.
Subito dopo Flesh, francese di Edouard Salier che attira l’attenzione e ha un bello spunto: mettere fianco a fianco l’estremismo islamico e la società dei consumi secondo la tesi che tutto si riduce alla carne, quella delle settanta vergini promesse ai martiri o quella della pornografia. L’idea però non viene adeguatamente sviluppata,e alla fine si riduce il tutto ad un minestrone di banalità. Peccato.
Martedì
Politically incorrect
Inaugurato con successo nel 2005, il programma ha l’idea di mostrare corti irriverenti o in qualche modo "birichini", stuzzicando così alcune corde degli spettatori. Quello che ha infastidito della scelta è però di mostrare ben quattro corti di scuola in concorso; o forse ho frainteso e il senso dell’"incorrect" sta proprio nella scorrettezza di favorire questi qua! La qualità media, comunque, non è altissima. Al di là di Guy 101 e Beasts di cui parlo nei programmi di scuola appositi, mi limito a citare Credo dello svizzero Jonas Raeber, a destra, in cui l’autore racconta di come abbia abiurato la fede cattolica mediante una metafora di pecore e pastori che lo opprimono, il tutto in tono comico. Il risultato è efficace, ma senza la nota finale in cui l’elvetico animatore dichiara la sua apostasia penso che nessuno avrebbe capito i suoi intenti.
Bozzetto e Manuli
Manuli è un gag-man, e devo ammettere di averlo disprezzato più di quanto meritasse a causa di Aida degli alberi. I suoi corti sono divertenti e irriverenti, e una menzione particolare meritano Casting e Solo un bacio. Ma scompare di fronte al genio di Bruno Bozzetto: la sua intuizione perfetta del linguaggio del cinema di animazione probabilmente è tuttora insuperata: non so quante volte ho visto Europe & Italy, ma continuo a ridere. La satira amara di Una vita in scatola, con quei momenti brevissimi di felicità, è efficacissima (immagine a sinistra), e la futilità dell’uomo e delle sue battaglie per una Terra che ci dimenticherà presto è narrata con arguzia in Cavallette.
Monster House
Un’anteprima mondiale per questa curiosa produzione con relativa perquisizione corporale alla caccia di apparecchi da ripresa: sotto l’ala di Spielberg e Zemeckis un esordiente gira un anomalo horror per ragazzi per la Columbia. Al di là della produzione, la novità sta nel risvegliare quei film di avventure per ragazzi che andavano negli anni ’80 (I Goonies, Explorer, Gremlins, anche Stand By Me) però sotto forma di film animato in 3d. 3d, per il resto, non riuscitissimo per i personaggi ma più che buono per gli ambienti. Il risultato è un film che i ragazzi adoreranno e di meno, temo, i loro genitori. Ma comunque è importante iniziare a fare film di animazione che non siano favole, film di gag o buddy movie: The Incredibles è il primo passo, questo il secondo. Ci sono buone speranze.
Renaissance
Ok, ho retto solo dieci minuti. Il bianco e nero molto schematico può andar bene per un corto, o per un film con un soggetto e una regia molto forti, come per Sin City: ma Christian Volckman non è Robert Rodriguez, e la trama puzzava di Nathan Never. Quindi, complici anche la posizione un po’ scomoda, la proiezione in inglese secco senza sottotitoli e la prospettiva di dover pasteggiare in fretta e furia dopo la visione di questo film, si è optato per scappare e andare a cena. Una buona crepe ha compensato la visione mancata del vincitore di Annecy per il lungometraggio. Non saprò mai se ci ho guadagnato.
Cortometraggi in concorso 2
Una discreta media anche per questa serie di corti in concorso. Senza vette, ma quasi tutti sono dignitosi: ben tre premi minori, One D, Delivery e Cherno na byalo, sono stati proiettati in Corti 2, ma ci sono altre opere che meritano un cenno.
Aldrig som första gången! (Mai più come la prima volta!) è una produzione svedese di Jonas Odell, divisa in quattro segmenti realizzati con stili differenti ma tutti in qualche modo in decoupage (a sinistra). In ognuno di questi capitoli una persona parl
a della "prima volta" e offre lo spunto per gettare uno sguardo alle abitudini svedesi nel campo e vedere come sono cambiate col tempo. L’opera approfitta in modo forse astuto del tema un po’ pruriginoso per catturare il lettore, ma almeno due dei quattro segmenti sono molto riusciti tecnicamente.
La chute de l’ange, francese di Geoffroy Barbet Massin merita una menzione per il bel 3d che riflette ottimamente il tema poetico dell’angelo caduto, ma risulta narrativamente troppo involuto e poco comprensibile.
Wind along the coast, a destra, è probabilmente l’unico corto in concorso che avrei voluto veder premiato ma che è rimasto a bocca asciutta. Realizzato dal russo Ivan Maximov (detto °il pirata Popof" per il suo look…ehm…creativo) è una storia surreale di una ventosissima città di mare popolata di strani esseri e di gente più o meno normale. La situazione anomala e l’eccentrica popolazione rendono il tutto molto lirico e divertente.
Mercoledì
Film di scuola 1
Programma di scuola assai nutrito come numero di corti (ben 16) ma con ben poche opere meritevoli di nota; probabilmente è il meno interessante del lotto.
Mr. Scwh
artz, Mr Hazem & Mr. Horlocker è una gag tipicamente tedesca, opera di Stephan Muller. Un signore perbene è infastidito dai vicini rumorosi, ma dopo aver chiamato la polizia i ruoli si invertiranno. Ciò che c’è di notevole è il montaggio temporale alternato che mostra lo stesso momento in stanze diverse. A dire il vero, non così originale nemmeno questo.
Corazòn en fuego, coproduzione nippo-americana di Yorico Murakami (a sinistra) è un bel lavoro a tecnica mista di plastilina e pixilation varia (per inciso, quest’anno quasi tutti i programmi a pupazzi-plastilina-animazione di oggetti in genere sono stati di visione almeno piacevole) che parla di una ragazza solitaria con un carattere molto deciso, letteralmente infuocato. A modo suo è delicato e sensibile, ma alla fine risulta inconcludente.
Collision, breve produzione del britannico Max Hattler, è un’altra variazione sul rapporto tra Islam e Occidente, tema che è stato assai popolare tra i giovani. In questo caso si assiste ad un discreto astratto in cui i colori delle bandiere americana e quelli tipici dell’Islam si intersecano e generano varie forme. La metafora è lampante.
Silly Symphonies
Mi piacciono le Silly Symphonies, ne ho anche comprato il cofanetto della Disney, che mi sono guardato dall’inizio alla fine…a piccole dosi, però! Il problema dei cortometraggi Disney è che se presi tutti insieme risultano tremendamente stucchevoli. Le prime Symphonies, quelle in bianco e nero, aderiscono ancora allo spirito dei cartoon più sbarazzini e quasi folli dei primordi; tuttavia, man mano che passa il tempo, l’estetica/etica Disney diviene sempre più marcata e iniziano a divenire troppo zuccherosi e noiosi. Quindi, dal mio punto di vista, Skeleton Dance (a destra) rimane un gioiello e Bugs in Love e Music Land sono godibilissimi; però arrivati a The Old Mill, del 1937, ne avevo non poco le tasche piene.
When animation meets the living 2.3
"Hybrids and mutants" è il titolo di questa raccolta di corti. Di notevole il classicissimo Pas de deux di Norman McLaren, che stupisce ancora per la sua classe anche se ora sarebbe realizzabile con un semplice programmino per computer; il famoso Harpya di Raoul Servais, opera in una specie di pixilation un po’ disgustosa ma dal fortissimo impatto visivo (a sinistra) e lo spassoso Dahucapra Rupidahu, già visto tra i corti di scuola nel 2004, che realizza una spettacolare fusione di CG con elementi dal vero.
Panorama 4
Curioso programma questo Panorama 4: affianca alcune opere di grande valore ad altre diventate quasi leggendarie per la loro stupidità. Si inizia col già
citato Vennad karusudamed, mai abbastanza lodato, che stupisce non poco il pubblico per la cura della rappresentazione e per la trama scorrevole. Nel bene, meritano inoltre una citazione Eclosion, del francese Jerome Boulbes (un corto semi-astratto in cui alcuni cubi si scontrano per dare origine a qualcosa. Probabilmente l’autore aveva in mente un significato particolare, ma non l’abbiamo colto), Black Pig White Pig (Cina), di Gong Zhang, che anima davvero benissimo la filosofia delle due correnti/filosofie/parti che prevalgono periodicamente una sull’altra. Nel male, meritano di essere messi alla berlina The Skateboarder grazie al quale scopriamo che se vai a fare skateboard in un cantiere appare Satana, e il terribile Tarantara!, animazione di un pezzetto di Gilbert & Sullivan realizzata in mezza giornata, a giudicare dal risultato (a destra).
Cortometraggi in concorso 3
Il terzo programm
a di cortometraggi probabilmente passerà alla leggenda come la sequenza di corti meno riuscita del secolo. E’ stato davvero imbarazzante, alla fine della proiezione, guardarsi intorno e scoprire nei volti dei vicini il dubbio se, nel concorso del pubblico, votare il meno peggio o astenersi dalla preferenza per una sorta di protesta. Mi limito ad una menzione negativa ed una positiva. A cat’s tail è quasi sicuramente il cortometraggio la cui presenza nel concorso del festival più importante al mondo è più incomprensibile. Ho visto tante cose che non mi sono piaciute in questi anni,ma ho sempre afferrato il fatto che potessero toccare in qualche modo alcune corde di sensibilità diverse dalla mia. A cat’s tail no. Unica vaga nota positiva è Ish (a sinistra), prodotto negli USA da John Lechner, Gary Goldberger e Peter H. Reynolds, che racconta di un bambino che scopre che un buon disegno non deve essere per forza realistico. Questo incoraggiamento a scoprire anche da parte dei bambini un lato più moderno dell’arte mi è parso ben fatto e a tratti divertente. Mi ha risollevato un pochino il morale.
