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Per i ritardatari
Mi do da fare
Sono alla moda e tuitto
Misteri della vita XXXIV

Perché i nomi di persona sdruccioli risultano quasi sempre comici? Asdrùbale, Adelàide, Agènore, ma persino Césare hanno una vaga componente umoristica. Anzi, perché le parole sdrucciole hanno spesso un’ombra di sentore comico? Il che mi ricorda un aneddoto assai spassoso. Ero in treno che venivo da Alassio a Genova, e una mamma diceva al suo bimbo "Tra poco arriveremo a Brìgnole" (una delle stazioni principali di Genova). Il bimbo, chissà perché, si mise a ripetere "Brignòle", con l’accento errato, solo per far impazzire la mamma.
– Brignòle!
– Si dice Brìgnole!
– Brignòle! Brignòle! Ah,ah!

Trovo adorabili i bambini che rompono i marroni apposta alla gente, e contemporaneamente quando ne vedo uno prendo nota mentalmente di decidermi a fare quell’intervento di vasectomia che rimando sempre.

Quelli che hanno fatto il militare

Come i miei amici e i più affezionati lettori sanno, sono riuscito a dribblare l’Esercito Italiano. Ho avuto la fortuna di essere riformato, ma anche se ai tre giorni avessero deciso altrimenti, avrei comunque scelto il servizio civile, più per motivi etici che per convenienza (non si dimentichi mai che io faccio parte dei Buoni!).
Ascolto quindi sempre con un tocco di curiosità i racconti di coloro che sono stati sotto le armi (sempre più rari) ed ho notato alcune affinità tra di loro.
Quelli che hanno fatto il militare non hanno problemi ad usare il cesso alla turca anche per i bisogni più, ehm, voluminosi: anzi, lo preferiscono perché è più igienico. Io trovo che la tazza sia l’unica possibile argomentazione a favore della superiorità della civiltà occidentale, però io non ho fatto il militare.
Quelli che hanno fatto il militare spiegano sempre con orgoglio di tutti i trucchi che hanno imparato per imboscarsi, per evitare di fare ciò che era loro compito. Io penso che si tratti di un atteggiamento estremamente riprovevole e lesivo per la società nel suo complesso, però io non ho fatto il militare.
Quelli che hanno fatto il militare sanno aprire le bottiglie di birra con una forchetta. In realtà lo sanno fare anche gli scout, ma la cosa non mi stupisce, trattandosi di un’organizzazione paramilitare. Io ritengo che se c’è l’apribottiglie ci sarà una ragione, però io non ho fatto il militare.
Quelli che hanno fatto il militare in fondo in fondo disprezzano i civili. Chi non è buono per il re non è buono manco per la regina, e allora si sentono più uomini. Io ho la convinzione che la virilità non dipenda da aver passato un anno a dormire insieme a gente con i baffi né a saper sparare con un fucile, però io non ho fatto il militare.
Quelli che hanno fatto il militare quando nominano la loro esperienza di naja sputano per terra dal disgusto, però quando attaccano a declamare i loro aneddoti a proposito non la finiscono più. A me pare questo sentimento di disprezzo misto a nostalgia pare assurdo, però io non ho fatto il militare.

Ora il servizio militare non esiste più. Ci avvieremo verso un futuro in cui la gente defecherà seduta, svolgerà i propri compiti, aprirà le bottiglie coi mezzi adatti, non saprà sparare e sarà meno loquace sugli aneddoti su sergenti autoritari. Saranno tempi grami.

Misteri della vita XXXIII

La sfida finale dei “dischi volanti” (la giostra popolare degli anni ’80) era veramente basata sull’abilità dei partecipanti o piuttosto era aleatoria? Tutti usavano la stessa tattica, credendo si trattasse di un segreto vincente: “all’inizio mi abbasso così tutti si sparano sopra tra di loro, poi mi rialzo e ammazzo i rimanenti”. Dubito che quelle macchine fossero talmente elaborate.

Odia gli stupidi: Heidi

Titolo: Heidi
Sigla della serie: Heidi (Alps no shojo Heidi, 1974)
Parole: Franco Migliacci
Musica: Christian Bruhn
Cantata da: Elisabetta Viviani
Produzione: Rai
Anno: 1978

La serie che ha aperto la strada all’arrivo degli anime in Italia (pur essendo la seconda a essere trasmessa, dopo Vicky il vichingo, che la precede di un anno) ha avuto anche una sigla capace di spalancare il mercato discografico a questo tipo di produzioni, suscitando l’interesse di tutte le etichette. La musica, originale, è dell’esperto maestro tedesco Christian Bruhn (la serie nasceva da una coproduzione fra Giappone e Germania), che propone una delicata variazione sul tema dello jodel, alquanto appropriata all’ambientazione svizzera. Per il testo italiano vediamo invece all’opera uno dei maggiori parolieri nella storia della canzone nazionale: Franco Migliacci. Autore del testo di Nel blu dipinto di blu (come di moltissimi successi degli anni Cinquanta e Sessanta, da Tintarella di luna a In ginocchio da te a La bambola), produttore, scopritore di Morandi e presidente della SIAE recentemente coinvolto in una diatriba con la maggioranza di governo e il Codacons, Migliacci scrive per Heidi un testo che sulle prime appare piuttosto ingenuo e ricco di elementi discutibili: sembra fin troppo facile deridere le caprette salutatrici, i monti ridaroli o “gli amici di montagna muu-muu cip-cip bee-bee”. Ma è tutta questione d’interpretazione estetica. Proviamo a farne una rapida analisi:

[jodel]
1 Heidi, Heidi, il tuo nido è sui monti
Heidi, Heidi, eri triste laggiù in città
Accipicchia, qui c’è un mondo fantastico
Heidi, Heidi, candido come te

[RIT: jodel]
1.1 Heidi, Heidi, tenera, piccola, con un cuore così!

Fin qui, nulla da obiettare: la strofa pone l’elemento base di tutta la storia, il contrasto città-campagna visto attraverso il filtro narrativo della protagonista, di cui viene fornita una connotazione caratteriale di stampo espressionista. Regge anche a livello estetico.

2
Gli amici di montagna (muu-muu!, cip-cip!, bee-bee!)
Ti dicon non partire
Ti spiegano il perché
Saresti un pesciolino che dall’acqua se ne va
Un uccellino in gabbia che di noia morirà

Anche qui l’estetica, benché zuccherosa, è priva di falle. Il tono generale è all’insegna del candore, riflettendo la personalità e l’età della protagonista. In particolare, ritrarre gli amici di Heidi (mucche, uccellini, capre) attraverso le onomatopee dei rispettivi versi può anche essere vista come una scelta efficace, soprattutto nell’ambito di una canzone per bambini. Inoltre, mette in scena il discorso che questi fanno ad Heidi, un discorso chiaramente ideale, in cui i loro versi sembrano dire alla bambina di non partire (un uso che avrebbe approvato anche Pascoli, tutto sommato). Il problema qui nasce forse più sul fronte della corrispondenza reale con la storia: sembra quasi che Heidi voglia partire e abbia bisogno che sia l’ambiente circostante a invitarla a restare, mentre in realtà la bambina non desiderava affatto andarsene dai suoi monti (senza bisogno che nessun capo di bestiame le “spieghi il perché), e la sua partenza è assolutamente forzata. Possiamo però anche leggerlo come un dialogo che ha luogo nell’animo di Heidi, in cui l’immagine della sua amata montagna e dei suoi abitanti le causa il fortissimo desiderio di rimanere, originando la tristezza successiva. Per dirla in sintesi: “Sento che non posso partire, tutto attorno a me mi dice di restare”. Quel ramo del lago di Ginevra, insomma.

3
Heidi, Heidi, ti sorridono i monti
Heidi, Heidi, le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi, tutto appartiene a te


Queste sono immagini piuttosto semplici: Heidi è talmente ben inserita nel suo ambiente, talmente felice della sua vita, che tutto intorno a lei le comunica gioia e felicità e un senso di appartenenza reciproca[1]. Sul versante estetico, però, troviamo metafore abbastanza ingenue, per quanto ancora una volta in linea con il tono generale del testo e del soggetto. In particolare, l’immagine delle capre che salutano in un modo assolutamente ridicolo, descritto con un’espressione moderna e fuori luogo come “fare ciao”, è troppo folle per funzionare, provoca involontarie risate di scherno e non intenerisce affatto. Il latte di nuvola, d’altro canto, che sulle prime appare un po’ eccessivo (quasi ambiguo), si può ricollegare all’idea (forse persino concretamente messa in scena durante la serie) di Heidi che osserva le nuvole, trovandovi forme simili a mucche. Inoltre, nel punto della sigla in cui viene cantata, si trova l’immagine di Heidi che vola e atterra, appunto, su di una nuvola.

In definitiva, un testo efficace e generalmente ben scritto, con alcune lievi cadute di stile, e dotato di una metrica semplicissima ma senza pecche.

[1] Benché il “tutto appartiene a te” possa far pensare a una Heidi cresciuta che, dopo aver ereditato la fortuna dei Sesemann (probabilmente a scapito di Clara, che ormai passa il suo tempo a passeggiare giuliva), acquista tutto il monte e ne fa un parco giochi per bimbi ricchi, stuprando la natura incontaminata.

Misteri della vita XXXII

Perché diavolo la Rai produce ininterrottamente dal 1973 un programma religioso dedicato ai protestanti? Quanti protestanti ci saranno in Italia? Di certo meno di ebrei, buddisti, animisti e musulmani, religioni a cui non è dedicato alcun appuntamento televisivo istituzionale. (Courtesy of K.)

Irony Maiden

Alassio, anno scolastico 1983/1984
Enrico e Cesare stanno disturbando in classe ridendo. La maestra Suor Maddalena li rimprovera e li caccia dall’aula: "Andate a divertirvi fuori!".
I due mariuoli escono e la lezione riprende.
Pochi minuti dopo, si sentono dei rumori e delle risate nel corridoio fuori dall’aula. La suora si affaccia e vede che Cesare ed Enrico giocavano felicissimi a fare scivolate sul pavimento. Avevano ascoltato la maestra ed erano andati a divertirsi fuori, e non si capacitavano del perché si arrabbiasse tanto. Questo è un piccolo grande esempio delle difficoltà che l’uso dell’ironia crea nella nostra vita. Qualche anno fa mi ero appassionato a Wynona Rider, e mi sciroppavo quasi tutti i suoi film. Lei è carina e bravina, ma, porca troia, azzecca un film decente su dieci! Uno di essi (un film, non un film decente) è "Giovani, carini, e disoccupati". In tale memorabile pellicola la nostra eroica Wynona ad un certo punto sostiene un colloquio di lavoro durante il quale (chissa perché) le viene chiesta una definizione di ironia. Lei malauguratamente non la trova e si scusa dicendo "So quando una cosa è ironica!". L’intervistatrice, severa, le ribatte che, semplicememente, ironia è "quando il significato letterale non coincide con quello inteso". Suor Maddalena non voleva che Enrico e Cesare giocassero in corridoio, eppure è proprio quello che ha detto! Tuttavia questa definizione è imprecisa, copre anche casi che ironia non sono. Una metafora, ad esempio: "sei un leone" per dire che sei coraggioso non significa che sei davvero un leone, ma nemmeno è ironico.
Invece di rivolgerci alla Hollywood più becera, chiediamolo ad un dizionario serio. Il Sabatini Coletti, ad esempio, che mi son fatto regalare da mia sorella lo scorso compleanno:
1- Atteggiamento di bonaria irrisione, di superiore distacco dalle cose.
2- Ridicolizzazione, sarcastica deformazione della realtà.
3- Dissimulazione del proprio pensiero o della verità, affermando il loro contrario o parzialmente nascondendoli.
Sì, così è più preciso: il "contrario" era il concetto mancante; l’esempio del leone così non torna più. Ma io divago. Cosa volevo dire? Ah, sì. State attenti quando fate dell’ironia, a volte potreste essere fraintesi e potreste litigare per un nonnulla.

(tutta quella premessa per una conclusione così banale? Sì, e allora? E’ un buon consiglio, no? Che volete di più?)

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