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Per i ritardatari
Mi do da fare
Sono alla moda e tuitto
Gioventù bruciata

Sassello, estate 1980.
La casa che ho accuratamente descritto era in cima ad una salita, la cui pendenza cresceva all’avvicinarsi alla meta e che, quando era ancora relativamente in piano, passava di fianco alla casa di Baciccia.
Ignoro qualche fosse il vero nome di Baciccia (forse Giovanni Battista?), anche se curiosamente ne conosco il cognome poiché era zio del mio amico Daniele. Lo ricordo come un uomo di mezz’età dal ventre enorme di solito a malapena coperto da una canottiera bianca, coppola in testa, naso rosso da buon bevitore. Parlava quasi sempre nel buffo dialetto mezzo ligure e mezzo piemontese della zona. Era un contadino, proprietario di qualche mucca, di un fienile e di un trattore che io chiamavo "trattore Baciccia", per distinguerlo dal trattore di suo fratello Giuseppe che, indovina un po’, si chiamava "trattore Giuseppe". Darò una nota di tristezza fuori luogo dicendo che Baciccia è morto intorno al 1990 in un campo di patate.
Una giorno, all’ora di pranzo, tornavo a casa da solo (anche se ero così piccolo a Sassello potevo girare da solo, entro certi limiti) e vidi accanto al muretto che cintava la casa di Baciccia una bottiglia di vetro di Cocacola da un litro, vuota e abbandonata. Mi prese un raptus che tuttora non riesco a spiegarmi, la afferrai e la scagliai in mezzo alla strada rompendola. Il rumore attirò Baciccia e suo figlio Paolo che, resisi conto dell’accaduto, si arrabbiarono.
"Se passa tuo padre in macchina si buca le gomme", disse Baciccia. "Adesso raccogli i cocci!".
"Ma no, lascia stare", interloquì Paolo. "Poi finisce che si taglia. Vai, vai via".
E io me ne andai, mezzo gongolante, lasciando quei due uomini a raccogliere i frammenti di vetro, come se non si spaccassero abbastanza la schiena nei campi.
È bello, una volta tanto, essere il cattivo della storia.

Misteri della vita XXIII

I cinesi, un popolo con una cultura plurimillenaria, ricca di arte, storia, tradizioni e invenzioni ideate secoli prima della controparte occidentale. Eppure c’è un campo in cui questa popolazione non ha saputo esprimersi: quello dei giochi. Pare infatti che i cinesi si divertano con una scatola che contiene una scatola più piccola che a sua volta ha dentro una scatola e così via.
Cioè, al di là della metafora per cui viene usato di frequente, cosa diavolo è un "gioco di scatole cinesi"?

Misteri della vita XXII

(silly and nerd)
Per chi studia programmazione in C alle superiori, il voto 6– equivale a 5?

Stasso de’ Stassis

Era un giorno d’autunno del 1984, poco dopo pranzo, nella mia tranquilla casetta di Alassio. Scolaro di quarta elementare, mi stavo facendo gli affari miei, come al solito a quell’ora: leggevo Topolino, giocavo coi Lego, riflettevo.
Mio papà, all’improvviso, mi chiamò e mi disse di mettermi la tuta e le scarpe da ginnastica. Non capivo perché, ma mi adeguai (ero un bimbo ubbidiente). Salimmo sulla Kadett verde e partimmo. Il mio babbo, chissà perchè, non volle dirmi dove stessimo andando e la cosa mi inquietava. Avevo ragione. Mi stava portanto al campo sportivo per mandarmi a giocare a calcio.

No, non è che mio padre volesse avere un figlio calciatore. Più semplicemente il medico gli aveva detto che mi avrebbe fatto bene praticare uno sport e lui aveva scelto la soluzione più semplice. Così andammo lì, lui parlò con l’allenatore, mi affidò al figlio di un suo conoscente, più grande di me di due anni, e se ne andò. Trauma.
Probabilmente la sua idea era anche di mettermi a contatto con un ambiente nuovo, preoccupato dal fatto che fossi un bambino troppo timido, e quindi aveva pensato di provare una terapia shock. Trauma.
Il figlio del conoscente mi mollò dopo cinque minuti (che cacchio, lui aveva dodici anni! Mica poteva farsi vedere con uno sbarbatello di dieci!) e rimasi disperato da solo. Fare amicizia con gente sconosciuta era fuori discussione, quindi mi sedetti su una panchina e mi misi a piangere lagrime amare. Dopo una mezzoretta, vidi una faccia nota: Alessandro M., il mio compagno di classe un po’ tardo! Lo inseguii e, scondinzolando, gli andai dietro. Scoprii da quelle parti in seguito altri due compagni di classe , Mike M. e Cesare R., e quindi iniziai ad allenarmi e a integrarmi nel gruppo.
Lieto fine, quindi?

Eh, no, le mie sofferenze erano solo all’inizio. Il mio amalgamarmi coi giovani calciatori di Alassio era reso molto difficoltoso da due fattori: ero un un bravo bambino ed ero un pessimo calciatore.
Il primo fattore era un problema mio. Il mondo del calcio ad alto livello è fatto di persone rozze, ignoranti e senza scrupoli. È un mondo dove la "furbizia" conta di più dell’educazione. Nel piccolo dei Pulcini dell’Alassio l’ambiente era simile. Ero sconvolto da ragazzini che continuavano a dire parolacce, a far scherzi maneschi, a rubare sui punteggi o per stare in squadra. Ma non dovremmo essere qui per divertirci?, volevo gridare. Tuttavia, come dicevo, il problema stava in me, nella mia scarsa capacità di adattarmi ad un ambiente anche se diverso dalle mie abitudini e oggettivamente sgradevole. Ripensandoci, probabilmente non era altro che la versione in piccolo di una caserma.
Meno bello è però il fatto che io non fossi bravo a giocare a calcio e non mi fosse concessa la possibilità di imparare o, perlomeno, di divertirmi lo stesso. È da questo punto di vista che trovo inconcepibili e imperdonabili alcuni comportamenti, come quello di quel mediocre portiere, tal Paolo C., che mi aveva soprannominato Stasso de’ Stassis ("stasso", a quei tempi da quelle parti, era sinonimo di "brocco", di "poco abile"), oppure di Fabio F. che forte della sua capacità un pochino superiore nel dribbling imponeva a tutta la squadra di non passarmi mai il pallone, oppure Federico M., che ordinatogli dall’allenatore di allenarsi in coppia con me, lo fece con enorme scazzo e, parlandomi come si parla ad un ritardato, mi disse: "Tu Ventimiglia sei bravo, sì, ma solo se giochi bene". Grave colpa, da questo punto di vista, era degli allenatori più che dei ragazzi.
Si supporrà quindi che la mia avventura sia durata poco. Eh, no. In qualche modo mi ero autoconvinto di voler giocare e che mi piacesse il calcio, anzi, in effetti mi piaceva veramente giocare nonostante tutto (ai giardinetti mi divertivo da matti!). Fatto sta che ho continuato ad andare al campo sportivo due, tre volte a settimana (comprese le partite rigorosamente in panchina, ogni tanto l’allenatore mosso a pietà mi faceva giocare gli ultimi cinque minuti) per tre anni finché, quando ero già in prima media e quindi grandicello, sono scoppiato a piangere disperato a casa gridando di non volerci più andare.
Da allora, non amo il calcio né da vedere (mi concedo solo le partite della nazionale con Peroni e frittata di cipolle) né da giocare, nemmeno tra amici. Certe ferite non si rimarginano.

Misteri della vita XXI

Che razza di sapore aveva (ha?) il gelato al gusto puffo?
E i bambini che lo mangiavano (rischiando l’acetone, come voleva la leggenda metropolitana ai tempi) erano consapevoli di tifare implicitamente per Gargamella gustando la crema azzurrina?

Negazione parte seconda: Lo spirito continua
Anno importante il 1986. In Giappone viene trasmesso Maison Ikkoku, io raggiungo la pubertà, nasce Dylan Dog ed esce il primo album completo dei Negazione, intitolato "Lo spirito continua", che quasi all’unanimità è considerato il loro miglior lavoro. Il processo di maturazione dei testi qua è abbastanza evidente, ma ci saranno ancora dei miglioramenti: purtroppo, contestualmente, è l’ultimo disco in cui i testi sono prevalentemente in italiano. Compaiono già due canzoni in inglese, lingua che in seguito diverrà prevalente. Dico "purtroppo" perché se da un lato l’uso della lingua di Albione permette una maggior diffusione di un messaggio che rimane inalterato, dall’altro pur essendo testi sostanzialmente corretti perdono gran parte del lirismo dovuto alla miglior conoscenza della lingua.

Il discorso generale dei testi de "Lo spirito continua" è una prosecuzione di quello dei primi dischi. Sempre "negazione" del modus vivendi della gente comune, ma con qualche anno in più sulle spalle che permette di vedere le cose con maggior lucidità e minor acredine, e, dal punto di vista "letterario", un’incrementata capacità di saper cogliere la giusta frase ad effetto, quella da poter citare e da gridare ai concerti a squarciagola. Tale maturazione è percepibile addirittura nel corso del disco, che procede dal vecchio al nuovo: in breve, possiamo quasi dire che il lato "A" è più vicino a "The early days", il lato "B" molto più il linea col successivo "Little dreamer". Per inciso, trovo che i vecchi supporti audio, dischi e cassette, offrissero un modo di suddividere le canzoni che spesso era interessante e che si è perso coi CD. Ad esempio, quasi sempre il lato A era più bello del B, e nel B solo la prima e l’ultima canzone di solito erano valide.

Il disco si apre con una canzone quasi programmatica, "La vittoria della sconfitta" che, tutto sommato, è anche la più vicina alle tematiche dei primi dischi per quanto è carica d’odio e di livore.

Non sprecare parole e sorrisi per me
io conosco gia` la fine del libro
non mi serve addolcire il dolore
perché io ho perso
ho già scelto la sconfitta
la vittoria della sconfitta

L’evidente ossimoro assurge a bandiera: ah, voi dite che sto sbagliando? Bene, io ne sono pienamente consapevole, si tratta di una mia libera scelta e sono pronto ad accettarne le conseguenze.

sempre, fino a quando creperò
davanti a qualche vostro palazzo
in ginocchio, con il corpo distrutto
ma con la mente attiva
perché l’odio rimane
[…]

Torna anche il tema del "palazzo" (cfr. Tutti Pazzi) e, per l’ultima volta c’è quel "voi" che personalmente trovo un po’ fastidioso. Più avanti troveremo un "tu" che però è tutta un’altra cosa: il plurale implica di prendere un insieme di persone e di farne un gruppo che pensa omogeneamente, il che è sempre un errore. Parlare ad una persona in particolare, anche se immaginata con uno stereotipo, è più corretto e rispettoso.

"Lasciami stare", successivamente, offre un esperimento interessante di flusso di coscienza:

[…]
Due fiumi corrono a cavallo
un cavo si tuffa nell’acqua
due ombre si muovono nel letto
luce si spegne, luce si accende,
cado all’indietro, strano sapore
è un’ora che corro dove sono?
stronzo, stronzo, ti sono addosso ora
perché, adesso, sono qua e non c’è nessuno?
il cielo, le mie tasche
tocco tutto con un dito
labbra, pelle, un saluto ed e` finito
strade belle fumano
animali ridono allegri
l’acqua mi bagna addosso
noi veloci dentro il buio
serrature aperte urlano
calci in faccia e soldi
ancora, ancora, apro gli occhi e non ci sento
la mano sanguina, gioia estrema, dove sei?
andare via, la finestra si è spaccata
adesso ricordo, corri forte anche per me
suoni, luci, lacrime, lacrime

Cantato in maniera veloce ed incalzante, questa sequenza di immagini una dietro l’altra alterna immagini surreali ("Due fiumi corrono a cavallo", "strade belle fumano"), frammenti di azioni( "due ombre si muovono nel letto") e persino qualche frammento di narrazione sconnessa ("labbra, pelle un saluto ed è finito" è probabimente una breve storia d’amore). Non credo che abbia senso cercare un filo logico, forse solo l’autore potrebbe dire qualcosa di più, ma il testo è godibile lo stesso. Il senso di tutto questo è di riprodurre il concetto di pazzia. Poco dopo, infatti:

Lasciami stare, sono pazzo, sì sono pazzo
non mi toccare sto per spaccare
lasciami stare, lascia la mia testa da sola
ammazzami subito, lasciami gridare o
uccidimi!

Interessante il fatto che in "Tutti pazzi" la follia era quella della "gente comune", di "loro", mentre ora il pazzo è chi cerca di scostarsi, quindi "noi". Un primo sintomo di resa?

Poco interessante il primo esperimento di canzone in inglese che segue, "Thinkin’ of somebody else" il quale, se non ho capito male, racconta semplicemente di un tradimento fatto col pensiero, mentre "Diritto contro un muro", già a partire dal titolo, è concettualmente molto simile nel riprendere i temi poco sopra esposti di pazzia e di diritto di fare le proprie scelte ancorché sbagliate.

[…]
io sto andando dritto contro un muro
sto sbattendo la mia testa contro un muro
ma è meglio che riempirla di merda!
[…]

Il lato A si conclude con "Niente", già vista in precedenza che, seppur risuonata, offre lo stesso testo che ho già commentato.

Prima canzone del lato B, e prima virata concettuale, è "Un amaro sorriso":

[…]
Forse stiamo sbagliando
ma chi sarà mai l’eroe del giusto?
non rimarrà niente di quello che siamo
risate sfuocate nello specchio del vivere
sberleffo alla santa ragione
[…]
soli in un abbraccio disperato…
Non rimarrà niente di quello che siamo
ribelli al nostro destino
piccola minaccia in un tempo sbagliato.

Arrivano i dubbi, in qualche modo. Non solo un "forse stiamo sbagliando" che è quasi rivoluzionario, ma anche la consapevolezza che lì fuori c’è un mondo con cui bisogna confrontarsi, e non solo rifiutare. Non basta quindi stringersi tra di noi, "soli in un abbraccio disperato", siamo destinati a scomparire senza lasciare traccia. Lo "sberleffo alla santa ragione", oltre ad essere una frase estremamente incisiva ed azzeccata, ribadisce ancora che la pazzia è "nostra", non "loro".

Dopo un’altra canzone in inglese, "Straight and rebel", anch’essa poco interessante, arriva un trio di canzoni quasi unanimanente considerate dei gioielli.
"Qualcosa scompare" è l’evoluzione del filone intimistico di "Tutto dentro" o "Chiuso in te stesso":

Mesi trascorsi di un’età passata
non riesco più a divertirmi
cosa sta succedendo?
L’unica certezza resta la precarietà
io non cerco più nessuno
ho gia` trovato troppa gente
ma sono rimasti in pochi attorno a me
resta, per favore, non andare via anche tu
è tutto quello che ho, è tutto, è niente
l’unica certezza resta la solitudine
Ma se sono qui è stata solo una mia scelta
fatti sentire, fatti vedere
dovunque tu sia, dovunque io vada
saremo sempre unici.

In questo pezzo più che il significato generale, che è sostanzialmente una disillusione dei rapporti umani, colpiscono le singole frasi, che i bravi fan dei Negazione scrivevano un po’ ovunque. "Dovunque tu sia, dovunque io vada saremo unici", "L’unica certezza resta la solitudine, l’unica certezza resta la precarietà", "È quello che ho, è tutto, è niente". Il testo, nel suo complesso, è un po’ frammentario e non dei migliori, però ne traspare una maturità che ai tempi degli intimistici della gioventù era sconosciuta.

Enigmatica la penultima canzone del disco, "Lei ha bisogno di qualcuno che la guardi".

Voglio rituffarmi nella notte e ritrovare
la mia compagna di sempre, perché lei
mi sta aspettando: io lo so che è là,
in qualche angolo della mente, pronta a
trascinare la sua luce e ad inondare i miei occhi.
Voglio tornare nel buio perché lei
al sole non si puo` vedere, perché
lei non ha bisogno del sole, ed io la devo trovare,
ma so dove è e so in che posti sta,
non si può nascondere,
non si deve nascondere…
Voglio chiudere gli occhi, ora,
e trovarmi nel mio mondo.
I beati non conoscono il buio e
non capirebbero una di queste parole
se provi anche tu sono certo che
la troverai e se non vedi niente
vuol dire solo che sei cieco…perché:
lei ha bisogno di qualcuno che la guardi

Non è chiaro chi o (più probabilmente) cosa sia questa "lei". Tendo ad escludere che si tratti di un ricordo di una fidanzata passata, ma che piuttosto sia la personificazione di un concetto, forse la libertà, la giustizia, la verità: l’insistenza sugli elementi visivi a coppie(luce- buio, notte-sole, occhi-cieco) danno l’idea di qualcosa di irrealizzato ma che esiste in potenza. Quindi, al di là di quello che pensava l’autore, in realtà si può interpretare il testo un po’ come si vuole. E se non vedi niente…beh, vuol dire solo che sei cieco! Si intravede inoltre un concetto di catarsi: il dolore, il buio, la sofferenza come mezzo per raggiungere il proprio scopo.

Il disco si chiude con la title-track, "Lo spirito continua", che merita di essere studiata per intiero.

Lo spirito continua…
…continua…lo spirito…
dietro lamenti melodiosi
risuona la voce di un vecchio
a raccontare il senso di una vita
collezione di attimi
per le sensazioni più belle
ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
leggo di me in loro
e non sono ostili
Ma il ricordo può uccidere il bisogno…
…non ho paura di quel rumore
c’è un lampo nei tuoi occhi
che non potrò mai spiegarti
mentre ti alzi e te ne vai
guardo verso una parola lontana…
…Il gioco di immagini è riuscito
esplode una risata sensuale…
Io sorrido sopra il mio odio
scoprendomi dentro un amore spesso negato
scopro te nel mio corpo
non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
io farò lo stesso
e forse allora anche la ferita
farà meno male
lo spirito continua
potremo davvero essere vecchi e forti.

Cos’è lo spirito? In che senso continua? Al di là del fatto che suona dannatamente bene, e questo già basterebbe, proviamo a capirlo.
La canzone è strutturata come un crescendo, iniziando con una chitarra acustica e deviando sempre di più verso l’hardcore più scatenato. Tale struttura musicale è parzialmente replicata in quella narrativa: la prima parte, fino a "le sensazioni più belle" racconta di un vecchio. E’ palesemente una metafora dei soliti "altri" (i quali hanno una storia, hanno qualcosa da raccontare, esistono da tanto tempo), ma vista con dolcezza e affetto per il vecchio nemico. E allora, nella seconda parte, affrontiamo questo nemico, analizziamolo, cercando di superare il vecchio odio che, abbiamo visto, non ha portato a nulla. La scoperta è sconvolgente: "loro" non sono così diversi! "Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta" e, sorprendente, "non sono ostili"! Sì, certo, c’è da lavorare per capirsi (quel "lampo nei tuoi occhi" è ostile), i linguaggi sono differenti ("una parola lontana") ma qualcosa si può fare. Non più solo negazione.
E allora, con la musica che cresce ancora, quasi una rivelazione. Si può sorridere sopra l’odio e scoprire l’ironia, pronunciando contestualmente per la prima volta la parola "amore" (in precedenza era stata utilizzata solo in associazione ad altri termini negativi, in "Tutto Dentro", "Maschere" e "Incubo di morte") e tendere la mano al vecchio avversario. Solo così c’è una possiblità di dare alla propria voce e alle proprie emozioni ("lo spirito") una durata nel tempo e un’autorevolezza ("vecchi e forti") che finora parevano impossibili.
E, a distanza di quasi vent’anni, siamo diventati vecchi e forti? Sì e no. Sì nel senso che c’è ancora qualche babbo di minchia che commenta i testi dei Negazione sul web e che, nel ristretto ambito degli amanti del punk hardcore, sono un gruppo amatissimo e ricordato. No nel senso che l’esperienza dell’antagonismo italiano, al di là dell’esempio particolare dei Negazione, non è riuscita a varcare i ristretti confini dei Centri Sociali e poco oltre, e si è rifugiata in un umbelicale protesta senza confronto. Più no che sì, insomma. Ma non è ancora finita: Lo spirito continua, potremo davvero essere vecchi e forti.

(Next: Little Dreamer, o la svolta internazionale)

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