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Sono alla moda e tuitto
Misteri della vita XVI

o ricevuto un sms che recita:
Art 46 r e: errore materiale al co 3 no 43 si 45
Si tratta palesemente di un numero sbagliato…ma di che cacchio stanno parlando?!?

Misteri della vita XV

Perché la frutta e la verdura classificata come nostrana costa di più?
Mi rispondo: costa di più perché è più buona.
E mi replico: sì, ma sarebbe più buona solo perché coltivata nelle vicinanze di dove la compro? E che razza di garanzia è? Dalle mie parti (e dalle vostre!) ci sono sia contadini buoni che coltivano con amore l’orticello spargendolo di letame di vacca sia farabutti che piantano le fragole OGM di fianco all’autostrada irrorandole con pesticidi. Stupido, stupido campanilismo!

Allegro quanto basta
Allegro non troppo, di Bruno Bozzetto, 1977
"Musica classica e animazione…dicono che l’ha già fatto un certo Trisney, Bisney, boh".
Già a partire dall’ironico inciso iniziale del "presentatore" Maurizio Micheli, è abbastanza chiaro che non si nega che l’idea di base è quella del Fantasia di Disney. Tuttavia, al di là del concetto di animazione applicata alla musica classica, tra i due film sono molte più le differenze delle analogie, e possono essere riassunte in un singolo concetto: Allegro non troppo tralascia la ricerca dell’estetica e della meraviglia visiva che è il cuore di Fantasia (ed è il suo limite perché a tratti Fantasia è proprio palloso. Il re è nudo.), ed è invece più teso a cercare di trovare le emozioni dello spettatore. Con un’eccezione, che vedremo.
La parte dal vivo che fa da cornice ai diversi pezzi è una specie di comica al di fuori dal tempo. Un disegnatore, Maurizio Nichetti, fa animazione in tempo reale di fronte ad un direttore d’orchestra prepotente che dirige un’orchestra di vecchiette pomposamente vestite. Forse non strettamente necessaria ai fini artistici, è però tutto sommato molto divertente. Inoltre, diciamolo, permette al film di raggiungere i dignitosi 80′ che di sola animazione sarebbero stati impossibili per i budget italiani.

Il primo episodio è uno dei più deboli: Il preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy narra le visissitudini di un vecchio fauno che non si rassegna al fatto che sia terminato il suo tempo e che ormai le donne non lo vogliano più. Pur rasserenata da alcune gag comiche, la storia è tutto sommato un triste apologo della vecchiaia: rassegnarsi a scomparire, a diventare sempre più piccolo di fronte alla grandezza della gioventù è quello che il destino riserva ad ognuno di noi. Il disegno affianca al fauno caricaturale delle fanciulle discinte molto realistiche, forse quasi al rotoscopio. Il pezzo non è riuscitissimo, ma non per qualche ragione particolare: semplicemente l’alchimia fallisce in qualcosa, e questo episodio è infine semplicemente noioso. Con ironia, il presentatore Maurizio Micheli si sveglia di soprassalto al termine di esso. Beh, forse non sono ancora abbastanza vecchio per capirlo in fondo!

Subito dopo, con la Danza Slava n. 7 di Dvorak, invece si ride con una tipica comicità da Bozzetto. Al ritmo travolgente della musica si assiste ad un rapido riassunto della storia dell’uomo focalizzata su come le masse seguano ciecamente i propri leader. Almeno, non sempre, come scopriremo nell’ultima esilarante scena. Un episodio breve, travolgente, a modo suo anche politico, forse il più vicino all’estetica dei cortometraggi di Bozzetto.

E segue il celeberrimo Bolero di Ravel. Questa è l’eccezione di cui parlavo prima. E’ l’episodio che rinuncia a toccare le corde emozionali dello spettatore per narrare semplicemente la grandiosa marcia dell’evoluzione, col solo tocco di ironia della bottiglia di Cocacola lasciata dagli esploratori spaziali che dà origine alla vita. Si tratta dell’episodio più bello esteticamente: tantissime forme in movimento in animazione quasi disneyana, decine di personaggi uno diverso dall’altro contemporaneamente in scena, disegni molto particolareggiati addirittura al tratto a tratti immersi persino in effetti speciali. Veramente da rimanere a bocca aperta. Forse il Bolero di Ravel è una scelta "facile" per l’evoluzione, ma personalmente, pur nella mia ignoranza musicale, non riesco ad immaginare nient’altro con un simile crescendo; a parte Stairway to heaven che però non è ancora musica classica. Musica da matusa, forse.

Sfoderate i fazzoletti per il Valzer Triste di Sibelius, perché il gatto più infelice del mondo saprà farvi commuovere come capit all’intera orchestra di vecchiette. In una casa diroccata, un gatto ricorda i momenti felici che ha lì passato con le persone che la abitavano quand’era ancora in piedi. I ricordi, ripresi dal vero ma molto sfumati, si contrappongono al design particolarmente espressivo del gatto protagonista (corpo sinuoso, occhi enormi, animazione curatissima) per un effetto emotivamente devastante.

La parte centrale del film è decisamente il meglio del film. Di qui in poi si va a calare verso il gran finale.
Il Concerto in C-Maggiore di Vivaldi è un piccolo divertissement di stampo comico, con la bella trovata dell’ape che "apparecchia" il fiore di cui si vuole nutrire. Il rotoscopio è palesemente usato per gli esseri umani che disturbano l’insetto, dando un contrasto non da poco. Tutto sommato divertente, ma la parte miglire è l’introduzione col risveglio della natura.

L’ultimo pezzo è l’Uccello di fuoco di Stravinsky, ambizioso episodio in cui Bozzetto torna ai temi a lui cari del bombardamento pubblicitario e dell’alienazione dell’uomo moderno (e lo diceva trent’anni fa!). Purtroppo questo episodio è molto "manuleggiante", e a me la mano di Guido Manuli proprio non piace: l’episodio tende troppo al grottesco perdendo quel minimo di tensione drammatica che era indispensabile. Notevole l’inserimento di tecniche diverse come la plastilina a passo uno e alcuni sfondi dal vivo, tutti ben integrati.

E ci vuole un finale! Come chiudere meglio che non mandando "Aigor" in soffitta a cercarne uno? Assistiamo così ad un piccolo sfogo di vari finali che non sono altro dei brevissimi cortometraggi in diverse tecniche, forse anche omaggi ad autori famosi: mi è parso di riconoscere un tocco di Svankmajer in uno.

Film quindi a tratti disomogeneo, ma nel complesso godibilissimo. Una grande prova per la scuola d’animazione italiana nata da Carosello, e forse il suo canto del cigno.

Analisi della Settimana Enigmistica: quarta parte

E inoltre, accanto ai cruciverba, agli enigmi in versi e ai rebus, la Settimana Enigmistica è riempita di miriadi di altri giochini minori. Essi variano abbastanza di numero in numero e ne esistono tante sottovarianti; tuttavia possiamo individuarne alcune più comuni delle altre, magari raggruppandole in categorie. Taxonomie, mon amour.

1) Le domande di cultura generale
Una meraviglia per chi non ha voglia di tirar fuori la penna, o una buona occasione per coinvolgere amici quando non si ha occasione di stare tutti intorno alla rivista, si tratta di domande in stile "quiz" in linea col nozionismo che la Settimana Enigmistica tanto ama. Probabilmente sono nati ai tempi del maggior successo di Mike Bongiorno, e, come questo simpatico presentatore, non si schiodano per nulla al mondo. [1]
Come è tipico, esistono alcuni classici da affiancare a piccole variazioni che compaiono settimanalmente. Sfogliando un numero qualunque, il primo gioco a quiz è L’edìpeo enciclopedico (e non è un tuttologo che si vuol trombare la mamma!) a pagina 5. Si tratta di domande aperte (senza cioè possibilità di scelta) la cui caratteristica preminente è di essere legata ad un’immagine (una foto o un disegno). Alcune delle domande hanno un riferimento diretto alla parte grafica (26813: "Nella foto è un quartetto inglese[…]. Chi sono?") altre volte c’è un legame più labile (26811:"Come sono chiamati gli abitanti di Susa, la città del Piemonte, di cui è questo l’arco in onore di Augusto?"), in altri casi infine si tratta semplicemente un’illustrazione. Ritengo che più che un gioco vero e proprio, essendo piazzate verso l’inizio e attirando così tanto l’occhio, si tratti di una pagina di curiosità travestita da quiz.
Passano parecchie pagine perché spunti un altro gioco simile. A pagina 22, accanto alle strisce centrali ("Carlo e Alice" o i suoi epigoni moderni), c’è Il piacere di saperlo. Anch’esso prevede domande a risposta aperta, ed è noto per essere di solito il più difficile tra le domande.
Poco oltre, infatti, a pagina 26, possiamo trovare il Vero o falso. Ovviamente in questo caso è assai più facile azzeccare le risposte: tuttavia alle soluzioni è associato un breve commento che può essere utilizzato per mettere alla prova il risolutore, per capire cioè se ha tirato ad indovinare o era sul serio a conoscenza della risposta. Molto simile è Forse che sì forse che no a pagina 45.
Questi primi quattro giochi hanno in comune un piccolo segreto: per la maggior parte delle domande, la vera risposta che tutti vorrebbero dare è "chi se ne frega".
Più interessante e con un taglio assai differente è Se non lo trovate…ve lo dico io di pagina 28. Accanto a domande classiche, ci sono piccoli problemi matematici, di solito risolvibili con equazioni di primo grado ad una o due incognite (o, come spesso suggeriscono nelle soluzioni, con l’obsoleto metodo delle "proporzioni") e giochini di associazione (es. 1393: "Nelle tre colonne sottostanti sono elencati alla rinfusa nomi e cognomi di scrittori italiani e i titoli di alcuni loro libri. Sapreste ristabilirre l’ordinte esatto?"). Spesso per risolvere queste ultime domande è utile carta e penna, e si distinguono anche per questo.
Fuori dal consueto sono pure le Domande bizzarre di pagina 39, che propongono domande a cui rispondere in chiave pseudo-umoristica: i "colmi" ne sono un tipico esempio. Spesso non ha molto senso cimentarsi nelle risposte, è una sorta di barzelletta in forma di domanda. Insomma, a chi chiede "Chi è il più forte saltatore in lungo arabo?" non si dà una risposta, si attende che egli stesso dica "Dalì-Alà".
Accanto a questi giochi fissi, in ogni numero ne compaiono uno o due di un tema preciso, e non sempre in una posizione fissa. Nel numero 3813, ad esempio, c’è il gioco Chi fu detto. I giochi "alternativi" sono a risposta chiusa.

[1] La notte dopo aver scritto questa frase, ho sognato che Mike Bongiorno mi sparava. Un semplice avvertimento, per adesso. Certi argomenti non si toccano nemmeno con un palo lungo dieci metri.

2) I giochini grafici
Dopo tre o quattro ore di cruciverba, anche il solutore più affamato vuole spegnere il cervello e dedicarsi a qualcosa di semplice e di automatico. Beh, quasi tutti, insomma. Alcuni giochi in cui egli deve solamente osservare immagini o poco più gli vengono allora incontro. I giochi fissi sono gli elementari La pista cifrata e Che cosa apparirà di pagina 8 (spesso fatti dai bambini o dai solutori meno che abili, e talvolta fonte di derisione per chi li risolve, magari sbagliando!), Il confronto di pagina 4, l’Aguzzate la vista di pagina 25. In ogni numero poi ci sono variazioni sul concetto di "Osservate attentamente l’immagine e capite cosa non va": quindi cosa c’è il più o in meno rispetto ad altre vignette, dove si trova un oggetto, se ci sono anomalie o anacronismi. Trovo interessante notare come, a differenza dei rebus, il disegno sia "umoristico" (nel senso attribuitogli nelle scuole fumettistiche italiane) e non realistico, dato che un tipo di tratto fortemente iconico permette di avere i singoli oggetti nettamente delineati come questi giochi richiedono. Dirò anche che, se le immagini dei rebus sono spesso involontariamente ridicole, quelle dei giochini grafici frequentemente invece sono blandamente divertenti.

3) I protocruciverba
Accumulate soprattutto nella seconda parte si trovano una serie di giochi che hanno qualcosa in comune coi cruciverba: a differenza delle variazioni dei cruciverba che usano pienamente il concetto di schema+definizione, questi hanno il concetto di definizione ma appena abbozzato quello di schema, oppure usato in forma crittografica e una soluzione che individua sempre una chiave, di solito un aforisma di qualche personaggio, rigorosamente indicato con l’iniziale del nome puntata, oppure un proverbio.
Ad esempio, Lo scrigno: "Trovate per ogni riga parole che corrispondano alle relative definizioni (a numero uguale corrisponde lettera uguale). Le lettere comprese nelle caselle a doppio bordo daranno un pensiero di A.Bloch".
Oppure, Colonnato: "Trovate le 15 parole sotto definite usando le sillabe indicate. Le lettere delle tre colonne dal fondo grigio daranno un pensiero di R. Gervaso".

4)Il bersaglio
Uno dei grandi classici della Settimana Enigmistica. Mi chiedo se la rivista ne possiede qualche sorta di copyright, visto quanto è popolare ma dato che non l’ho mai visto in nessun altro luogo diverso da pagina 28 del periodico in questione. Il bello di questo gioco sta nel fatto che combina diversi tipi di giochi di parole (scarto, anagramma, zeppa, cambio di lettera), quindi combinazioni di tipo sintattico, ad associazioni di parole che invece giocano sul loro significato, lavorando quindi sul lato semantico. Parte della popolarità del gioco inoltre risiede anche nella parte grafica, un’idea piuttosto acuta e probabilmente, ai tempi in cui è stata concepita, piuttosto complessa da realizzare tipograficamente. E anche la combinazione di esempio, "Omero, Odissea, Assedio, Troia, Cavallo, Cocchio…" è diventata quasi un classico: però, se vogliamo essere sinceri, quell’insistere su Omero nei primi cinque termini è un po’ fuorviante.

6) Poliziotti e avvocati
L’Enigma Poliziesco è, tipicamente, uno dei primi giochi che vengono affrontati dal lettore medio. Di facilità medio-bassa, spesso anche abbastanza divertente da leggere e da osservare, non ha una pagina fissa in cui essere ospitato (sebbene sia di solito nella seconda metà) e ha la soluzione a pagina 46 dello stesso numero: indice, questo, di gioco "usa e getta". Il "giallo" è un genere letterario spesso seriale, sfrutta cioè gli stessi personaggi diverse volte, e la Settimana Enigmistica eredita questa caratteristica proponendo alcuni personaggi fissi (L’ispettore Volponi ne è un esempio) che, tuttavia, di solito, non hanno caratterizzazioni particolarmente forti e sono sostanzialmente intercambiabili.
Il gioco, come dicevo, è uno dei primi ad essere affrontati, ma raramente si rimane soddisfatti della soluzione. E’ veramente troppo complesso mettere su un enigma decente in sei vignette, e quasi sempre la soluzione si riduce a osservare attentamente le vignette per notare delle incongruenze, leggere i dialoghi con arguzia per individuare le contraddizioni o le imprecisioni, e, quando si tratta di ambiti specialistici, trovare l’errore facendo riferimento a nozioni esterne. Quest’ultimo, probabilmente il più comune, è indice di un enigma poco interessante: trovare il medico finto tra diversi pretendenti capendo quale di essi dice o fa qualcosa di poco consono alla professione è un espediente di scarsa validità.
Quasi sempre si fa riferimento a truffe o furti: gli omicidi sono sempre più rari; curiosamente, a questa tendenza politically correct si affianca un nuovo filone in cui i protagonisti sono ladri pasticcioni le cui avventure finiscono male per la ragione che il lettore scoprirà. Il disegno è quasi sempre di stile umoristico.

A mio parere assai meno interessante, ma ospite fisso di pagina 24, è Se voi foste il giudice. Sotto un’illustrazione di stampo realistico (stiam parlando di cose serie!) si trova una descrizione di un contrasto tra due parti che ha portato ad una causa in tribunale. Seguono le argomentazioni degli avvocati di entrambe le fazioni, e poi si chiede al lettore di esprimere il proprio giudizio. Non è immediato capire il senso del gioco: io, che non sono un giudice né ho comunque conoscenza delle leggi, non posso far altro che andare "a buon senso". Tuttavia un giudice non usa il buon senso, applica le leggi, e infatti la soluzione, redatta da un avvocato citato con nome e cognome, fa riferimento alle leggi utilizzate per dirimere la questione. Quindi, tutto sommato, il nocciolo del gioco è duplice: un quiz per avvocati oppure una prova per capire se la propria saggezza coincide con le leggi.

7) Le prove di intelligenza
Prova di intelligenza un gran par di palle, mi verrebbe da dire. Per me prova di intelligenza significa stimolare il pensiero analitico ma anche le intuizioni, il pensare al di fuori dei soliti schemi; invece, le prove di intelligenza della Settimana Enigmistica sono tutte uguali. Propongono infatti sempre due o tre piccoli insiemi di persone o oggetti con alcune relazioni tra di esse (ad esempio, quattro fratelli coi capelli di quattro colori diversi che si occupano di quattro attività differenti) e vengono forniti alcuni dati su queste relazioni. La domanda consiste nell’individuare una specifica relazione ("Qual è il colore dei capelli del fratello che suona il pianoforte?"). La soluzione non è semplice, certamente: lo schema di relazioni completo non è mai possibile ottenerlo ma ci si riduce sempre a schematizzare i predicati andando per esclusione fino ad ottenere la risposta. Io non mi cimento mai, non trovo stimolante la cosa.
E poi c’è la Susi. La Susi compare poco, ma è una figura affascinante: a lei è dedicata una serie di Concorsi a premi, appunto gli Enigmi con la Susi in cui la nostra protagonista si trova di fronte ad alcuni amici, sempre vestiti bene e rigorosamente stronzi, che le propongono delle prove. Spesso sono simili a quelle della prova di intelligenza, ma quasi sempre hanno un tocco di eleganza in più, la grazia di associare anche qualche elemento grafico o di richiedere qualche passaggio più difficile. Confesso che non riesco quasi mai a risolverli…però la Susi, disegnata sempre con dei fuseaux aderenti e con magliette a righe che esaltano due bocce che l’artista si premura di mettere in risalto, sono l’unico preziosissimo elemento erotico di tutta la Settimana Enigmistica.

Come si è visto, i raggruppamenti sono piuttosto arbitrari, esistono una varietà di giochi e di difficoltà la cui analisi va al di là dello scopo di questa serie di articoli. Tuttavia è sbagliato pensare che questi giochi siano meri riempitivi: ognuno ha il suo preferito e parte del fascino della rivista sta anche in questi giochi minori, nella loro varietà e, a tratti, nelle piccole innovazioni che essi portano.

Misteri della vita XIV

Come è possibile che, in alcuni hard discount, esistano delle bibite che costano meno dell’acqua e, soprattutto, dei dolciumi che costano meno del pane?

Luchino bambino: genio o deficiente?

volte penso che da piccolo io avessi una mente straordinaria. Il ricordo delle intuizioni che avevo, dell’approccio critico che avevo nei confronti della conoscenza mi risulta tuttora sorprendente. D’altra parte, ero un bimbo assolutamente incapace a vivere in senso comune, quindi a tessere rapporti sociali e cavarmela in situazioni pratiche; per entrambe le ragioni nella mia classe delle elementari ero abbastanza detestato: un "primo della classe" che fatica ad avvicinarsi agli altri, e che per di più non ha Masters, non può essere simpatico. Entrambi gli aspetti col tempo si sono smussati e gli estremi si sono parzialmente avvicinati, ma tutto sommato le cose non sono cambiate così tanto. Sono sempre un genio stronzo, ma meno genio e meno stronzo.

In terza elementare la maestra ci aveva dato un esercizio di aritmetica in cui bisognava riempire uno spazio tra due espressioni coi simboli "maggiore", "minore" o "uguale"; le espressioni forse erano frazioni, o magari si giocava sulle diverse unità di misura. Che so, "3/4 < 7/8" o "12 g = 0,12 hg". Ero andato in crisi: sapevo benissimo quale dei due fosse il maggiore o il minore, ma nessuno mi aveva mai spiegato in che ordine i simboli utilizzassero gli operatori. Si dava per scontato che il simbolo "<" (o ">") indicasse  che il primo numero è minore (maggiore) del secondo perché siamo abituati a ragionare da sinistra a destra, allo stesso modo in cui leggiamo e scriviamo. Ma questo, in matematica rigorosa, è un errore: gli assi cartesiani sono positivi a destra e in alto solo per abitudine, e non per qualche legge.
D’altra parte, forse la mia crisi era dovuta ad una mia deficienza: è ovvio che il simbolo "<" indica "termine di sinistra minore del secondo". Pensare che possa essere il contrario non è indice di una mente acuta, ma di una mente disturbata. Si dirà: ma non potevi chiederlo? O vedere un esempio una volta per tutte? In realtà ci era stato dato come compito a casa una volta che ero assente, e una volta che l’abbiammo corretto in classe ho capito come funzionava.
E probabilmente l’avrei chiesto, perbacco, perché curiosamente la mia timidezza in classe scompariva quando si trattava di conoscenza. Non solo chiedevo tutto quello che non mi quadrava anche di poco, ma addirittura ponevo domande anche su ciò che già sapevo, apposta per sentire modalità di approccio alla spiegazione di dati a me noti e ricavarne impressioni oltre che informazioni. Assurdo, non è vero? La mia classe non coglieva, e quella volta che ho chiesto cosa fosse un’incoronazione tutti si sono messi a ridere. Ah, ah! Luca non sa cos’è l’incoronazione! Maledetti fessi, sì che lo so, ma vediamo quel che dice la maestra.
– È una cerimonia in cui viene posta la corona per la prima volta sulla testa del re.
Uhm, nessun dato interessante, anzi, è una definizione che manca il nocciolo della questione. Il De Mauro dice: "cerimonia solenne in cui si conferisce una dignità regale o pontificia a qcn., mediante l’imposizione di una corona o di una tiara". La chiave dell’incoronazione è il conferimento della dignità regale, non la posa della corona. D’oh, potevo fare a meno di chiederlo.

E poi, col passare del tempo, mi sono appassito, infossato in una scuola che non ha saputo stimolarmi adeguatamente. Alle medie mi sono annoiato a morte, e arrivato al liceo ero definitivamente ripiombato in una media ragionevole. Che occasione persa per l’umanità!

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