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Misteri della vita LXXXIX: Cellulari

E ora, qualcosa di completamente diverso: utilizzo questo blog per chiedere qualcosa che mi serve e per la quale sono troppo pigro per informarmi, quindi utilizzo vergognosamente la pomposa categoria Misteri della vita.

Avrei bisogno di un cellulare che mi funzioni da agenda. Deve quindi potersi sincronizzare con un PC con qualche tipo di applicazione che mi permetta di inserire i miei impegni (e la lista della spesa!), e poi fornirmi un allarme quando è il momento giusto. Tale applicazione, in termini ideali, dovrebbe anche avere una versione web per permettermi di inserire informazioni un po’ ovunque (anche se, va da sé, per la sincronizzazione ci vorrà un programma installato), ma non è fondamentale. Non voglio nulla di pesante o ingombrante, quindi niente delle dimensioni di un iPhone o tantomeno di un Blackberry: la tastiera non serve perché il grosso del data entry lo vorrei fare col pc. Voglio spendere il meno possibile e non mi interessa nulla delle funzioni aggiuntive comuni (fotocamera, suonerie polifoniche, lettore mp3 etc.) , anche se so che ormai te le tirano dietro. Ho simpatia per i Nokia, coi quali mi son sempre trovato bene, ma sono aperto ad altre soluzioni.

Avete suggerimenti?

Maledette paranoie

Capita a tutti di fare un gesto soprappensiero e poi di non ricordarsi le circostanze in cui è stato fatto. Nasce quindi il dubbio dell’effettivo compimento di tale gesto; la conseguenza è il comunissimo dubbio del tipo “Avrò chiuso il gas? Avrò spento il forno? Avrò tolto la chiave dalla toppa?”: più l’azione è comune e quotidiana e più è facile essere distratti durante lo svolgimento. Inutile dire che, nella quasi totalità dei casi, il gas è stato effettivamente chiuso, il forno spento e la chiave tolta dalla toppa. Sta poi all’ansietà e al livello di paranoia di ogni singola persona stabilire quanto e come preoccuparsi.

Io, in generale, tendo a essere abbastanza sciolto da questo punto di vista. In questo esatto momento, ad esempio, non ricordo se ho spento il tostapane dove abbrustolisco il pane per la colazione, ma non ho ragione di dubitarne. Eppure, a volte, il dubbio è talmente forte che non riesco a fare a meno di  sincerarmene, salvo poi inveire contro me stesso perché ovviamente il gas era chiuso, il forno spento e la chiave tolta dalla toppa. Eppure, qualche settimana fa, ho dovuto arrendermi ai dubbi, e per di più in circostanze piuttosto avverse. Come sa chi mi conosce, io abito nel centro storico di Genova, in Stradone Sant’Agostino, al quinto piano di una palazzina storica, quindi senza ascensore. E’ una zona, come si potrà intuire, in cui è difficilissimo parcheggiare vicino l’automobile. Una sera piovosa, parcheggiai piuttosto lontano (più o meno in piazza Carignano) e mi avviai a casa. Arrivato quasi in cima alle scale mi sorse il pensiero: “Avrò chiuso la macchina?”. Per qualche ragione incomprensibile, il dubbio era davvero pressante e non riuscii a resistere. Sospirai, inveii contro me stesso, ma fui costretto ad andare; ridiscesi le scale e inforcai sotto la pioggia la salita che portava alla mia macchina, che ero certo avrei trovato chiusa. Ovviamente… era aperta!

Lieto fine, dunque? Una volta tanto la paranoia è servita a qualcosa? Per niente! Da allora in poi, questi dubbi ansiogeni per me hanno una giustificazione in più, perché so che a volte effettivamente il gas è rimasto aperto, il forno acceso e la serratura nella toppa. E ora che ci penso… avrò davvero spento il tostapane stamattina?

I nemici della radio

Per le mie abitudini di vita, io non ascolto molta radio. Un po’ in macchina, le poche volte che la uso, e alla mattina mentre mi lavo; non al lavoro (le web-radio sono bloccate dal proxy) e non mentre faccio sport (il mio lettore mp3 è privo di radio). Non sono quindi un gran consumatore di questo mezzo, ma me ne dispiace. A diffferenza della tv non richiede piena attenzione, e inoltre i minori costi consentono maggiore varietà. Ascolterei quindi più volentieri la radio se ne avessi più occasioni e se, perbacco, non fossero in agguato i seguenti Nemici della Radio.

Le gallerie: iniziamo da qualcosa di semplice, sull’ascolto delle radio in macchina. C’è poco da fare, in autostrada dalle mie parti si può sentire solo Isoradio. E non solo è completamente inutile per quanto riguarda le notizie sul traffico che fornisce a getto continui (ho sperimentato più volte che ha il ritardo che ha nel dare le notizie è tale che per il quale sei già imbottigliato quando le senti), ma spesso è funestata da orrendi programmi quali La rubrica del camionista o, peggio, dalle partite di calcio. Pietà.

Gli oroscopi: credo che non ci siano radio che, al mattino, non si sentano in dovere di prenderti per il culo dandoti l’oroscopo. Io, come già scrissi, non sono disposto a tollerare fregnacce simili. Mi è capitato di uscire dalla doccia gelato e bestemmiante e sbavante dalla rabbia per cambiare stazione quando è comparso il solito “Toro: siate gentili con gli estranei”.

Gli scherzi telefonici: e poi non riesco a spiegare quanto mi facciano arrabbiare gli scherzi telefonici alla radio. Non solo l’idea stessa è scema e infantile, ma quando perpetrati da chi, in un certo modo, ha il potere dei numeri e del denaro, sono trasformati in una vera e propria prepotenza intollerabile. Ovviamente la stessa cosa vale, moltiplicata per dieci, per le televisioni, con le loro Candid Camera.

La musica di popò: ok, le radio sono tante e con tanti programmi, quindi ce n’è un po’ per tutti i gusti, ma le radio mainstream come potrebbero essere Radio Deejay, 102.5  o Radio 105 trasmettono più o meno sempre le stesse cose, e sono in media cose terribili, inqualificabili. Musica da MTV, insomma. Questa è una delle ragioni per cui non amo le radio che trasmettono musica a getto continuo, ma soprattutto perché, comunque, mi piace sentire qualcuno che parla. Purtroppo questo conduce a…

I deejay petulanti: ultima categoria di nemici, e forse la più micidiale, è quella dei deejey imbecilli. E’ vero, esistono dei bravissimi professionisti in radio che hanno la rarissima abilità di dire sempre qualcosa di interessante ed essere brillanti. Linus, per dire, è bravissimo (*), Fiorello forse anche di più (ma incontra meno i miei gusti). Ma la maggior parte dei deejay si limitano a commentare con banalità i lanci delle agenzie stampa, o tirano fuori cose come “Avete mai notato che tutti i sabati, anche quelli più uggiosi, a un certo punto viene fuori un raggio di sole? Eh, il sabato è proprio il giorno del sole!” (davvero, ho sentito proprio queste parole). E vieni anche pagato per dire stronzate simili!

E per concludere fermo quelle persone che stanno per consigliarmi Radiodue: no, ci ho provato ma mi son risultati tutti antipaticissimi. Quindi, direi continuerò a inveire. Tanto per cambiare.

(*) Scrivo come nota, per non andare troppo fuori tema, che però Linus l’ha fatto a fette a tutti con la sua passione per la corsa. Io stesso sono un runner (o pseudo-tale), amo tantissimo correre e so quali soddisfazioni questo sport rechi, ma so anche benissimo che al resto del mondo non frega assolutamente niente di tempi, percorsi, abbigliamento, tecniche di allenamento, tanto che uso questo tema come tecnica per infastidire i miei interlocutori.
– Golosino, sai che oggi ho fatto il Giro Sciacca in 39’02”?
– Non me ne frega un cazzo!
– E pensa che potevo scendere sotto i 39′, se ci fosse stato un po’ meno vento dalle parti del Monumento di Quarto…
– Aaaargh!
Ecco. Sostituite me a Linus e Golosino a milioni di ascoltatori.

Ma che bel giumbotto

Ispirato dal freddo culo di questi giorni, non posso non ricordare il Natale 1986, quando zia Mavi mi regalò un piumotto invernale. Cioè, in effetti posso non ricordarlo, ma così l’inizio dell’articolo, legandosi all’attualità, è più incisivo. Vabbé, niente, voi non mi date soddisfazione. Riniziamo.

In occasione del Natale 1986 zia Mavi mi regalò un piumotto invernale, una giacca imbottita da sci. Io, ancorché dodicenne, speravo in qualcosa di più divertente di un capo di vestiario, ma vabbé, mi accontentai. Sapevo quel si dice della dentatura degli equini, ma quello che ancora non sapevo è che quel dono mi avrebbe salvato le chiappe durante il terribile periodo dei Paninari.
Una premessa: nel 1986, non solo vivevo in un paese di provincia, dove le mode arrivavano in ritardo, ma soprattutto a casa mia non c’era ricezione per Italia 1. La mancanza di questa rete giovanilistica e, in particolare, del Drive In, aveva come conseguenza che ignoravo il fatto che l’esecrabile movimento fosse in atto. Che ci volete fare, mi divertivo di più a giocare coi Lego.
Avrete comunque probabilmente già indovinato che quel famoso giumbotto era un Monclair. Di ritorno dalle vacanze di natale, indossando quel caldo giaccone, notai che la gente mi fissava. Ciò che la gente mormorava, in sostanza, era”Ma perché quel babbo di minchia di Ventimiglia ha un Monclair?”. Più di una persona espresse il dubbio che quel Monclair fosse finto, cioè che fosse un normale giaccone sul quale avevo appiccicato lo stemma col galletto. I più scafati, però, sapevano che per sgamare i tarocchi bisogna osservare le zip, che portavano parimenti lo stemma: e quelle non mentivano, il mio era un Monclair vero! Così, nella scuola media Margherita Morteo Ollandini eravamo in due ad avere un Monclair: io, col mio affare color grigio topo, e un Vero Paninaro, che ne aveva uno arancione sgargiante e lo indossava senza maniche come i Galli Di Dio Che Cuccano Le Sfitinzie. Non possedetti mai null’altro di simile, nemmeno una cintura El Charro o un jeans firmato, ma in qualche modo passai quel periodo in qualche modo immune. Beh, forse sarebbe stato lo stesso anche senza, ma è meno divertente pensarlo.

Misteri della vita LXXXVIII: La Botta della Ka

Sono un semi-fiero possessore di una Ford Ka nera, acquistata nel gennaio 2001. Semi-fiero perché ne amol’estetica, le dimensioni, il colore, anche l’affidabilità tutto sommato, però consuma una quantità paurosa di benzina (siamo sui 10 km/l!), si fulminano le lampadine degli anabbaglianti con una frequenza fastidiosissima, e, ovviamente, ha la Botta della Ka.

Tutti i fini osservatori sanno cos’è la Botta della Ka. La maggior parte delle Ka (anzi, quasi tutte) presenta lo stesso infortunio: un urto in corrispondenza del lato anteriore del parafango della ruota posteriore destra. La mia non fa eccezione: mi è successo nell’estate 2001 (macchina ancora quasi nuova, quindi!), mentre entravo in un garage, e sono stato troppo pigro e troppo tirchio per farla mettere a posto da allora.

La mia domanda è: c’è qualche errore di progettazione per la Ka perché un incidente simile sia così comune, o c’è una comune incapacità di entrare nei garage da parte dei possessori di Kakavolo?

Qualche appunto disordinato su Atlas Ufo Robot

Warning 1: parlando di Goldrake, userò i nomi del doppiaggio italiano storico. I puristi se ne facciano una ragione, è solo per facilitare la lettura ad un pubblico più ampio.
Warning 2: spoiler senza pietà.

uforobot02.jpgHo iniziato a rivedere le vecchie serie animate giapponesi già da una decina d’anni, quindi non sono certo un novellino nel vedere le “storiche” serie senza aspettarmi chissà che. Eppure, per una serie di coincidenze, non ho mai affrontato quella che è considerata la più “mitica delle serie mitiche”: Atlas Ufo Robot. Con pazienza, quindi, ogni mattina, all’ora di colazione, mi son visto un episodietto di Goldrake. Ecco qui qualche considerazione a ruota libera su questa visione postmoderna.

Trent’anni dopo la sua prima messa in onda in Italia, Goldrake fa ancora parlare di sé. Al di là di tutto quello che rappresenta (l’invasione dei cartoni giapponesi, il simbolo di una generazione etc.), però, ci sono anche delle motivazioni legate al prodotto stesso: Goldrake è curiosamente sia immerso nel suo tempo che moderno, e come tale può funzionare da collante tra gli anni ’70 e oggi. Da un lato è palesemente basato sulla moda dei dischi volanti che ha funestato gli anni ’70 ancora più delle Brigate Rosse, ma dall’altro mostra un’anima ecologica che in animazione non si era ancora mai vista. Viene mostrato come il peggio che fanno i cattivi non sia tanto uccidere, conquistare, tiranneggiare, ma piuttosto devastare i mondi inquinandoli e prosciugandone le risorse. L’unica altra serie classica che mi pare affronti il tema in modo simile è, ovviamente, Conan ragazzo del futuro, che infatti è ancora modernissima. Al di là di questo, visivamente Goldrake è una serie ancora molto piacevole da vedere. Altri prodotti coevi all’occhio moderno risultano più difficili da apprezzare: per fare un esempio, Il Grande Mazinga, precedente di un solo anno, appare molto più invecchiato.
goldrake01.jpgAltro elemento puramente anni ’70 è la struttura della trama. Sono ancora lontani i tempi in cui il meccanismo de “il mostro della settimana” verrà superato, ma nemmeno gli episodi sono totalmente intercambiabili come se fossero I Flintstones. Arrivano nuovi mezzi, cambiano i nemici, i protagonisti cambiano ruolo: ci sono parecchi piccoli cambiamenti che danno il senso di passaggio del tempo. Gli episodi memorabili, va detto, non sono molti, e quasi tutti nella parte finale della serie. Ciò però non significa che ci si annoi e le puntate siano prevedibili: la struttura dell’episodio sfugge alla normale logica delle serie robotiche di “scene di vita quotidiana dei protagonisti – piano dei nemici – uscita del robot – combattimento – finale al tramonto”, ma spesso sono più articolate, tanto che le scene riciclate (il classico “Actarus che si butta nel condotto della lavanderia“) non sono usate di frequente, e spesso sono tagliate. La seconda parte della serie poi quasi dimentica alcuni personaggi “terrestri” che erano protagonisti della prima e che costituivano parte dell’ambientazione non-bellica: Banta scompare completamente, Rigel assume una dimensione minore, la vita alla fattoria rimane sullo sfondo. Diverse puntate addirittura sono focalizzate sui cattivi, dedicando un tempo smisurato ai loro intrighi, e passando l’azione ai buoni solo al momento del combattimento. Non poche, inoltre, sono le puntate in cui si opera un primitivo approfondimento psicologico dei personaggi. In particolare, c’è un leit-motiv che ricorre spesso: il ritorno dei demoni del passato, nella forma di persone o di oggetti che parevano lasciati alle spalle, ma che tornano ad esigere  il loro tributo al presente, sia dei buoni che dei cattivi.  A questo proposito, il cast di personaggi merita una piccola analisi a parte.
goldrane_min.jpgIniziamo dai “buoni”. Actarus è davvero un figo. Non è una cosa da poco, perché tradizionalmente il pilota del robot deve offrire identificazione nello spettatore. Invece Actarus non solo è bello ed eroico, ma è anche freddo, altero e scostante. Impossibile non ammirarlo, impossibile identificarsi. Questa scelta, a mio parere, nasce da un altro aspetto di Goldrake: la sua ricerca di un pubblico femminile. Non solo il tratto è più morbido e accessibile rispetto ai disegni grezzi ed efficaci di moda negli anni ’70 (e che purtroppo non si sono mai più visti da allora), ma si propone un maschietto di cui innamorarsi e ben due personaggi “forti” femminili, Venusia e Maria. Il loro ruolo è molto più marcato delle “pilotesse di robot femminili spara-tette”, che in sostanza erano una sorta di spalla pseudo-erotica del protagonista. Al contrario Alcor, la cui posizione nella serie nasce palesemente dalla necessità di fornire continuità alla saga nagaiana (per chi non lo sapesse: Alcor in realtà è il pilota di Mazinga Z, chiamato Rio Kabuto in Mazinga Z, Koji Kabuto -il suo nome vero- ne Il Grande Mazinga, dove compare nelle ultime puntate, e appunto Alcor in Goldrake), è invece retrocesso a spalla dalla personalità impetuosa e anche un po’ infantile, dimenticandosi della maturità con cui, nelle ultime puntate de Il Grande Mazinga, aveva dato una lezione a Tetsuya.
Non mancano invece altri personaggi ricorrenti, tipici delle vecchie produzioni nipponiche: il bambino (Mizar), la figurrigel_personaggio.jpga paterna (il professor Procton) e la spalla comica, Rigel. Quest’ultimo è un personaggio totalmente al di fuori dello spirito della serie, tanto che la sua efficacia nel suo ruolo comico ne risulta moltiplicata. Un cowboy giapponese nano, pelato, ubriacone e fanatico degli UFO. Geniale, nella sua demenza.
Passando dall’altro lato della barricata, quello che rende affascinanti i cattivi in Goldrake è la loro bassezza morale. Tradizionalmente, nei cartoni animati ma non solo, i cattivi vengono rappresentati come personaggi che hanno scopi diversi rispetto all’eroe, magari ideologie sbagliate e una certa malvagità, ma comunque non privi di un loro valore e un loro senso dell’onore: in questo modo, la loro sconfitta tributa maggiori onzuril.jpgori al vincitore. Per la quasi totalità della serie di Goldrake, invece, i vegani tradiscono, si insinuano, utilizzano stratagemi repellenti e vigliacchi per sconfiggere gli umani. E non solo: si pugnalano alle spalle tra di loro, sono invidiosi, arrivisti, crudeli. In una puntata, la conquista della terra fallisce solamente perché il Ministro Zuril e il Comandante Gandal, solitamente rivali, si alleano per far fuori un loro possibile rivale nella lotta per assicurarsi i favori di Re Vega, giunto ad un passo dalla vittoria contro Goldrake. Uccidendolo a tradimento, mantengono lo status quo. Solo nella parte finale, quando da tiranni spaziali i vegani si trasformano in esseri disperati che lottano per la sopravvivenza, assumono una statura morale superiore. Dimostrano allora di avere una famiglia, degli affetti, persino un certo rudimentale senso dell’onore. A tratti, addirittura, Goldrake appare come una punizione divina immeritata.

godlrake_new.jpgIn mezzo a queste personalità spiccate e nel complesso azzeccate, spicca in negativo il vero protagonista della serie, il robot Goldrake: pare paradossale, ma lo trovo la cosa meno riuscita della serie. E’ un robot privo di personalità, troppo lucido e perfetto. Al di là del fatto che è Goldrake, e della trovata un po’ imbecille di ficcarlo in un disco volante, è anonimo. Non viene distrutto ad ogni puntata come Il Grande Mazinga, né è lento e imponente come Mazinga Z, né grezzo ed efficace come Getter Robot e tantomento ironico come Daitarn III. E’ Goldrake, punto. Lo scarso successo che ha avuto in patria probabilmente nasce anche dalla scarsa incisività del robottone.

Parlando di altri robot, viene spontaneo pensare alle questioni morali, che sono spesso una chiave portante delle serie nagaiane. Anch’esse scompaiono, anzi, sono a malapena accennate. Non c’è traccia del tema dominante di Mazinga, l’ambiguità dell uso del potere derivata dal libero arbitrio (“Alla guida di questo robot potrai essere un dio o un demone, è solo una tua scelta”), aumentando così lo scarto tra i buoni e i cattivi. L’unica puntata in cui si accenna a qualcosa di simile è una delle migliori, quella in cui Actarus scopre che i mostri spaziali che lui combatte sono costruiti utilizzando il cervello degli abitanti di Fleed, in particolare del fratello di una sua amica. L’eroe, nella stessa puntata, viene anche accusato di avere abbandonato il suo pianeta per salvarsi. Purtroppo il dilemma non solo non viene risolto con soddisfazione, ma viene anche ignorato nel resto della serie.

Nel complesso, quindi si tratta di una serie che affianca ad alcuni punti di innegabile interesse numerose banalità e occasioni perdute. Non è un cattivo prodotto, ma è chiaro che la popolarità di cui gode in Italia, ora come trent’anni fa, deriva solo dal fatto di essere il primo robottone giunto da queste parti, e null’altro.

E infine, per concludere questa inconcludente rassegna e per premiare (punire?) chi mi ha letto finora, una curiosità che mi ha tormentato per tutta la visione: Actarus è della seconda o della quarta? Fa Actarus-Actari o Actarus-Actarus?

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