Un anno fa, poco prima delle vacanze, stilai una lista degli articoli prossimi venturi, una sorta di “trailer” della quarta stagione di Pinguini nel Salotto. Finora la stragrande maggioranza di tali pezzi non è effettivamente uscita, quindi per evitare che la gente pensi che io sono uno spergiuro, ecco che mantengo tutte le promesse. E non si dica che non vale!
Cazzetti Awards 2006/2007
Il miglior film della stagione 2006/2007, il Cazzetto d’Oro, è stato Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, asciutto, sferzante, praticamente perfetto, tallonato da vicino dal visionario Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro, Cazzetto d’Argento. Menzione speciale e Cazzetto di Bronzo ex-aequo allo spassosissimo frat-pack Blades of Glory di John Gordon e Will Speck al geniale L’arte del sogno di Michel Gondry e a Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck. E non solo: anche The Prestige, Zodiac, INLAND EMPIRE, Thank you for smoking, Little Miss Sunshine sono stati bei film. Non ricordavo che fosse stata una stagione così soddisfacente! Dal lato negativo, senza dubbio il film peggiore dell’anno, Cazzetto Moscio, è Spider-Man 3 di Sam Raimi. Torno ad annoiarmi solo a ripensare alle tre ore passate a vedere quel film.
Linux, linuxari e Herr Starr
Questo l’ho fatto!
Analisi critica (seria!) della filmografia di Antonioni
No, dai, seriamente. Non sono ancora pronto a vedere Antonioni, e probabilmente non lo sarò mai. Che palle.
Quella volta che la maestra prese a calci nel sedere Alessandro perché sbagliava le divisioni
E’ una bugia, non è mai successo.
Quella volta che la maestra chiuse la bocca di Emanuele con lo scotch da pacchi perché chiacchierava
Questo invece è successo veramente. Poco tempo fa un episodio simile è finito sui giornali… i tempi cambiano! Va detto però che quando, nel 2001, la classe dell’annata 1974 è andata a trovare la maestra e abbiamo ricordato l’episodio, lei si è mostrata contrita e ha chiesto scusa. Troppo tardi.
Quella volta che la maestra donò un acro di terra e un mulo a tutti gli scolari
Non è successo, ma sarebbe stato bello. I muli sono animali molto buffi e simpatici.
Ode alle spinacine di Gatto
Ode a di Gatto le spinacine
le mangerei sere e mattine.
Purtroppo durante l’inverno è successa una tragedia: ho scoperto che la polleria Gatto, da cui mi rifornisco di frequente perché prende i ticket e perché le sue spinacine sono buonissime, in realtà si chiama Catto, scritto con un font un po’ strano. Io però comunque continuo a chiamarlo Gatto perché fa più ridere.
(Quando ho in programma di mangiare le spinacine, alla sera tornando dal lavoro in motoretta canto “Le spinacine di Gatto, le spinacine di Gatto, le spinacine di Gatto, stasera mi vado a pappar” sull’aria di “Perché è un bravo ragazzo”. Giuro.)
Un’invettiva poco originale contro il cartello di ricchioni
Maledetti stilisti!
Il ritorno di Odia gli stupidi con la sigla di Gloiser X
…
(Gloiser X è una sigla strumentale)
Tecniche di sopravvivenza alla macchinetta del caffé
Ehi, questo è un bello spunto di cui mi ero dimenticato! No, per questo ci faccio un articolo serio nella quinta stagione. O, se me ne dimentico, ne scriverò l’estate prossima.
Un nuovo layout ancora più rosa e altre classifiche per i commentatori ancora più anali di quelle esistenti
Ho mentito.
…e un mucchio di cultura con l’Enciclopedia Stronza
E anche questa, sebbene abbia rallentato un po’ di recente, c’è stata eccome.
Et voilà!
Nella prima lezione di latino al liceo, nel settembre 1988, la professoressa si sentì in dovere di dirci:
A cosa serve studiare il latino? Serve a sapere meglio l’italiano. Inoltre è una lingua molto difficile, quindi studiarla rende l’apprendimento delle altre lingue molto più semplice.
Almeno non ha detto che “il latino apre la mente”. Innanzitutto, chiarisco un punto chiave: una cosa di cui sono profondamente convinto è che non sia necessario che ciò che si studia a scuola debba avere un utilizzo pratico, cioè “servire” a qualcosa. Penso che qualunque tipo di studio non puramente mnemonico renda le persone migliori fornendo abitudine a pensare e sviluppando un atteggiamento più critico nei confronti del mondo. Però, in questo caso, è la prof ad avere iniziato, e mi sento in dovere di ribattere. Vent’anni dopo.
L’enfasi che viene posta nell’insegnamento del latino nei licei italiani mi risulta un mistero. Non sono sufficientemente preparato in linguistica per capire se è vero che la conoscenza del latino migliori la conoscenza dell’italiano moderno; a naso direi di no, sono lingue troppo differenti e con strutture profondamente diverse. E’ invece vero che la cultura latina fa parte delle radici di quella italiana e conoscere gli autori latini è indispensabile per capire il pensiero dei maggiori scrittori italiani. Ma lo stesso vale per la Bibbia, e nessuno si sogna di far imparare l’aramaico per conoscere meglio Dante! Si possono studiare benissimo Virgilio e Seneca senza leggerli in lingua originale.
L’altra argomentazione mi pare ancora più debole. Il latino non è difficile di per sé, sono difficili gli autori che si studiano perché scrivono in modo ricercato. Sono convinto che studiare una lingua moderna complessa e aliena come può essere un idioma cinese o l’hindi o anche l’arabo “apra la mente” assai di più, e ha risvolti pratici che, nonostante quello che ho detto, male certamente non fanno.
Insomma, perché si studia il latino? Semplicemente perché Gentile era un vecchio barbogio?
Ho notato che poche cose mettono in disaccordo le persone come la ricetta degli spaghetti alla carbonara. Avete mai provato a fare una carbonara ad un gruppo di amici? Apriti cielo! Ognuno dice la sua, ed è convinto che la propria versione non solo sia la più buona, ma anche quella “giusta”, spesso suffragando la propria ipotesi con “E’ quella che c’è sul Cucchiaio d’Argento” o “I veri cuochi la fanno così”. In realtà non credo che ci sia nulla di più sbagliato del concetto di “ricetta giusta”, ognuno mangia i cibi preparati semplicemente come preferisce, ed è una regola sulla quale, nel complesso, la gente è d’accordo… tranne che per la carbonara.
Escludendo varianti a mio parare troppo snaturanti (la “carbonara con le zucchine al posto della pancetta” non è una carbonara, è pasta con uovo e zucchine!), quelle che ho registrato, finora, sono le seguenti:
- Con o senza panna
- Con o senza cipolla
- Con o senza aglio
- Uova intere o solo tuorlo
- “Strascicata” in padella o uova messe crude nella pentola
- Rigorosamente guanciale o pancetta qualunque
Che portano a 64 versioni di carbonara. Fino a poco tempo fa avrei detto 56, perché le 8 versioni con solo tuorlo, senza panna e strascicate in padella mi parevano senza senso (cos’è, pasta all’uovo sodo?!?), ma ho conosciuto di recente anche chi applica questa variante.
Ora sono pronto a tutto, c’è qualcuno che usa il peperoncino al posto del pepe? O che cuoce le uova nell’acqua insieme alla pasta? Stupitemi!
PS: la mia versione è no panna, no cipolla, no aglio, uova intere leggermente rappresein padella, pancetta a caso. E’ quella giusta, poche storie!
E infine, una rassegna di roba varia che ho visto e che ritengo che valga la pena di essere citata. In alcuni casi perché, pur non avendo vinto premi, sono meritevoli di citazione, in altri casi perché è roba talmente brutta o scema che è uopo tenersene alla larga, o deriderla, o tutti e due.
Dai lungometraggi:
Piano no mori (La foresta del piano) di Masayuki Kojima: lungometraggio giapponese, un bel polpettone shoonen, è interessante per la struttura che si innesta sugli anime sportivi (gioventù, rivalità, passione, talento, impegno…) per parlare di pianisti classici. Mancano solo le mosse speciali, per il resto sarebbe quasi indistinguibile da una versione impomatata di Holly e Benji. L’ho visto il lunedì mattina, prima visione dell’annata, ed è stato un buon inizio.
Moonbeam bear and his friends di Mike Maurus (Germania): al contrario, questo l’ho visto di venerdì, quando la settimana ormai scemava e si inizia a pagare qualche errore di programmazione delle visioni. Ci si ritrova ad affrontare quindi scelte in cui il meglio è la storia di un orsetto che amava molto la luna, tanto che la ospita a casa sua e la batte a dama. Credo di aver avuto un enorme gocciolone di sudore sulla nuca per tutta la proiezione, ma in fondo si tratta di un film nella tradizione teutonica pedagogica, ed è abbastanza tenero e apprezzabile da un bambino.
Dai cortometraggi in concorso:
Far away from Ural di Katariina Lillqvist (Finlandia): signori, il vincitore del premio “Corto molesto” dell’anno! Far away from Ural è un’infinita (almeno, secondo la percezione dello spettatore) accozzaglia di sgraziate metafore visive sulla guerra civile finlandese. Pur ammettendo che l’ignoranza sull’argomento possa avere inficiato la visione (prima di questo corto ignoravo che esistesse una guerra civile finlandese!), 25 minuti di signori con una valigia nel culo sono intollerabili. Purtroppo non sono riuscito a dormire.
Štyri (Quattro) di Ivana Sebestova (Slovacchia): lo schema è già stato visto: narrare la stessa storia da quattro punti di vista differenti, facendo in modo che ogni successiva ripetizione aggiunga qualche dettaglio e getti una nuova luce sulle precedenti. Non è un’idea nuova, certo, ma è sempre affascinante, e in più Styri è costruita in uno stile grafico particolarmente efficace, non lontano da Tamara de Lempicka. Speravo molto in un premio per questo lavoro.
Chainsaw di Dennis Tupicoff (Australia): un altro candidato del pubblico (cioè, mio) ad un premio, è questo lungo lavoro principalmente in rotoscopio. Chainsaw è una storia quasi alla Hemingway, di tori e toreri, di uomini virili che abbattono alberi, di tradimenti, di belle donne e di mezzuomini. Il rotoscopio lascia sempre un po’ di amaro in bocca, è una tecnica che appare paradossalmente un po’ artificiale, ma è un corto che si segue con piacere.
Kizi Mizi di Mariusz Wilczynski (Polonia): sembra quasi un corto polacco delle barzellette. Lungo oltre 20′, è un’incomprensibile storia di un gatto e di un topo, disegnata in maniera, ehm, “rudimentale” che mostra più volte le stesse situazioni, a volte con alcune variazioni e a volte no, il tutto con una musica stridente e volutamente fastidiosa. Eppure, contriariamente ai miei compagni di visione, non me la sento di candidare Kizi Mizi al premio “Corto Molesto” perché col proseguire della visione con la ripetizione di scene inizia ad assumere un ritmo avvolgente, quasi ipnotico. Non è un lavoro privo di interesse, benché sia assai ostico.
Paradise di Jesse Rosensweet (Canada): toh, il vecchio tema del libero arbitrio e della società opprimente che ci costringe in ruoli predefiniti! Paradise sfrutta una tecnica particolare, è costruito con pupazzetti metallici agganciati ad una base (credo che ci fosse una linea di giocattoli simili, in passato) che li fa scorrere, appunto, come se fossero delle rotaie in percorsi prestabiliti. Applicando la tecnica a un’ambientazione “marito che lavora, donna a casa” la metafora è evidente. Il finale è inoltre particolarmente pessimista.
Dai corti fuori concorso:
Corte eléctrico di Maria Arteaga (Colombia): segnalo questo lavoro colombiano, anche se alla fine non ho idea se mi sia piaciuto o meno. In un bel 3d pittorico, si narra la storia di un condominio moderno visto dal tipo che lava i vetri (per qualche strana ragione, un prestante figaccione). Ci sarà poi l’immancabile serial killer a dare un tocco di brivido. Corte eléctrico è ben disegnato, la narrazione è fluida e si segue con piacere, ma lascia una sensazione di “embè?” che è proprio fastidiosa.
Kodomo no keijihogaku di Koji Yamamura (Giappone): il nuovo lavoro dell’autore del pluripremiato Atama Yama non è passato in concorso principale, ed è proprio un peccato perché l’ho trovato migliore non solo di molti corti in concorso, ma forse anche dei precedenti lavori di Yamamura. Kodomo no keijihogaku, “Metafisica del bambino”, è una raccolta di brevissime scenette, ognuna delle quali rappresenta con una metafora visiva un tipico comportamento infantile. Non tutte sono immediatamente comprensibili (magari i bambini giapponesi funzionano in modo differente!), ma il corto, anche se disegnato in modo un po’ schematico, funziona.
Majakovsky – Drei Liebesgeschichten (Majakovsky – Tre lettere d’amore) di Svetlana Filippova (Germania): grazie a questo corto, abbiamo imparato che rappresentando eventi insignificanti della vita di un poeta in un film particolarmente brutto e molesto è possibile rovinare la fama del poeta stesso. Per me, ora Majakovsky è un pessimo poeta.
Ça ne rime a rien di Claude Duty (Francia): ah, che esperimento interessante! Lo stesso filmato, quasi completamente astratto, viene mostrato quattro o cinque volte, ogni volta con una musica differente. L’accostamento tra immagini e musica genera quindi ogni volta sensazioni completamente differenti, anche se le immagini sono proprio le stesse. Arte concettuale.
E ora, qualcosa di completamente diverso (dalla TV):
Rick and Steve the happiest gay couple in the world di Q. Allan Brocka (USA): una sit-com gay costruita animando i playmobil? Ha senso? Eccome se ne ha! Rick and Steve è spassosa, ricca di belle battute, con umorismo che passa dall’auto ironia del mondo gay all’humour nero alle più becere battute pecorecce, e tutto in puro stile sit-com, con ritmo e personaggi chiaramente definiti. Una scoperta davvero interessante.
Wanted di Woonki Kim (Corea del Sud): la vita in una cittadina coreana scorre normalmente, tra piccole antipatie, personaggi pittoreschi e la voglia di tirare avanti in un modo o nell’altro, quando una strega provoca una terribile inondazione (no, non è Angelina Jolie). Appare come una specie di favola, ma proseguendo la visione è chiaro che si parla di un vero tifone arrivato in Corea, con evidenti accuse a come sono stati gestiti gli aiuti da parte delle autorità. Questa contaminazione tra fiaba e realtà getta su Wanted una luce migliore di quello che sembra inizialmente.
Bytis: Lamsi and Anthony Evans di Thomas B. Edgar (GB): non credo di aver mai visto a un festival nulla di peggio di questo programma. Inconcepibile. Un pupazzetto di agnello, mosso probabilmente a mano, interagisce con un ospite reale come accadeva nel Muppets Show, ma senza battute lontamente degne, senza animazione lontamente passabile, senza un briciolo di gusto nei dialoghi. Quasi illuminante!
Torniamo ai corti, questa volta di scuola:
Straying Little Red Riding Hood di Pecoraped (Giappone): parodie di favole ne abbiam viste tante, anzi troppe, ma quando sono fatte con un gusto per la contaminazione, con un’evidente spirito surrealista (Rabbit è il paragone più immediato), con la follia che hanno solo i giapponesi quando ci si mettono, ben vengano!
Black Dog di Dong-rack Son (Corea del Sud): triste corto coreano di un cane randagio che vaga per le strade. Potrebbe essere quasi definito come neo-realista per l’intento e per il tono con cui è narrato, e anche se non proprio originale Black Dog è a modo suo ben realizzato. Curioso, i cani in animazione funzionano meglio dei gatti.
L’amour m’anime di Chloé Mazlo (Francia) l’autrice di questo corto si mette in piazza e racconta alcuni episodi della sua vita (in particolare, quella amorosa) utilizzando una pletora di diverse tecniche di animazione. L’animazione al tempo dei blog, certamente, ma l’effetto patchwork, con la sola unità della protagonista, genera un corto di indubbio interesse.
E infine qualcosa dai programmi speciali:
Maa-aa-aa! di Chetan Sharma (India): primo corto del programma dei corti indiani, ha sbalordito un po’ tutti. Che nel 2006 si facessero ancora imitazioni del Disney classico, animando rodovetri con animaletti buffi e canterini, è una sorpresa. Che invece i risultati siano così terribili, in fondo era prevedibile.
Une autre histoire du cinema: che spettacolo! Cortometraggi muti degli albori del cinema (di animazione e non), con sua maestà Serge Bromberg che li accompagna con un pianoforte a coda! Peccato che, ehm, la combinazione è letale per le mie cellule vegliatrici (ammesso che esista qualcosa di simile, ma pazienza) e ho ronfato pesantemente per quasi tutta la proiezione…
Barry Purves: E infine, un programma speciale per intiero, quello dedicato a Barry Purves. La mia strada non si era mai incrociata con quella di questo animatore britannico, e sono andato a vedere la sua monografia un po’ dubbioso. Amo poco le monografie, di solito stancano perché gli autori capaci di dire tante cose diverse e dirle per bene sono davvero pochi. Ebbene, Purves è uno di essi: anche quando narrano trame un po’ stupidine come il Rigoletto, i suoi corti sono spettacolari, fatti con marionette espressive e ambienti sontuosi.
Sì, è finita. A chi è arrivato in fondo, in omaggio una suoneria con un animaletto buffo che scorreggia.
Durante il periodo universitario sono andato pochissimo al cinema. In quei cinque anni dal 1993 al 1998 credo di aver visto meno di dieci film in sala, probabilmente solo i seguenti: Star Wars (riedizione del 1997), Il Ciclone, Independence Day, Ed Wood, Street Fighter II (sic), Mi sdoppio in quattro, e Sud, il film di Gabriele Salvatores. Sì, per gran parte film di merda.
L’ultimo film citato, Sud, è stato il primo a cui ho assistito in città, in un cinema che (che tempi, che more) è stato poi trasformato in sala Bingo, e lo vidi coi miei coinquilini del primo anno di università, il già citato Simone e l’inedito Salvatore. Verso tre quarti del film, la proiezione ebbe quello che pareva un incidente, e il quadro si spostò verso il basso, lasciando quindi visibile solo la parte superiore della pellicola. La cosa durò per qualche minuto, durante il quale il pubblico rumoreggiò. Mi rivolsi allora a Simone e gli sussurrai: “Certo che potrebbero fare qualcosa per risolvere il problema!” e lui mi sibilò: “Ma che problema! E’ un effetto voluto…tu non conosci il cinema di Salvatores!”. In effetti non conoscevo il cinema di Salvatores (era il primo film che vedevo di questo regista) e incassai la risposta. Poco dopo, la proiezione tornò normale.
Negli anni successivi ho visto altri film di Salvatores. Non tutti, ma parecchi, e comunque abbastanza per capire che il suo stile è privo di certi sperimentalismi (soprattutto se un po’ aridi, come sarebbe stato in questo caso), ma non ho più rivisto Sud e quindi non ho mai saputo per certo se Simone avesse ragione o meno. Cribbio.
Babbo Ferragosto: personaggio della mitologia cipriota che porta i regali ai bambini buoni durante l’estate. Babbo Ferragosto era tradizionalmente raffigurato come un simpatico vecchino con la tuba e le bretelle, fino a che la Coca-Cola Company, nel 1987, ha deciso di sfruttare il personaggio per lanciare una nuova linea della Sprite Green Bomb, al gusto trifoglio, ridisegnandolo come un uomo muscoloso e depilato vestito solo con un minuscolo slip verde. La Sprite Green Bomb suscitò però le ire degli animalisti, indignati poiché nella bevanda erano state rinvenute tracce di coniglietti, visto che per realizzarla venivano mietuti senza ritegno interi campi di trifoglio (di cui i graziosi animaletti sono ghiotti). Questa pesante accusa unita allo scarso appeal del suo testimonial posero in breve fine all’innovativa bevanda (così come, peraltro, alla leggenda di Babbo Ferragosto).
Omniculto: religione fondata da Demetrio Baccioni nel 1987. Demetrio era un uomo molto pio, ma ossessionato dall’idea di “sbagliare religione” e quindi di finire all’inferno per non aver seguito le prescrizioni esatte. Spese quindi diversi anni a passare da una religione all’altra, sempre insoddisfatto e dubbioso, finché un giorno trovò la soluzione ai suoi problemi: per essere certi di non sbagliare, è sufficiente seguire tutte le prescrizioni di tutti i culti contemporanemente. Da quest’idea nacque la religione chiamata Omniculto, secondo la quale sono giorni sacri il venerdì, il sabato e la domenica, non si può mangiare né maiale, né manzo né crostacei né bere alcolici, bisogna pregare cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca, andare a messa la domenica, venerare gli antenati, e così via. Baccioni, in un colpo solo, è riuscito a farsi scomunicare, maledire o interdire da tutte le religioni del mondo, e quindi finirà sicuramente all’inferno.
Compasso di Cristo: secondo alcuni vangeli apocrifi, quando Gesù si trovò da solo nel deserto, non si difese dalle tentazioni del Diavolo con la sola forza di volontà, ma anche con un compasso donatogli anni prima da suo padre Giuseppe. Per mettere a tacere il Tentatore, egli gli conficcò infatti l’oggetto appuntito nella chiappa destra, facendolo fuggire a gambe levate. Secondo una versione poco diffusa della leggenda dei Frollini del Diavolo, anche San Boleto si servì di un compasso (forse lo stesso utilizzato da Cristo nel deserto) per punzecchiare il sedere di Satana dopo aver rifiutato i suoi garofani. Per questi motivi, è ancor oggi diffusa la consuetudine di regalare ai ragazzini, in occasione della Cresima, un compasso, con cui a livello simbolico essi si possono difendere dalle tentazioni e dal peccato.