Ieri, martedì 26 agosto 2008, è stata uno di quei giorni che io definisco con scarsa fantasia giornate economiche. Una giornata economica è definita come un arco di 24 ore in cui non scucio letteralmente un centesimo dal portafoglio né effettuo transazioni con la carta di credito/bancomat. Capita una volta ogni tanto, se non esco, non faccio la spesa né shopping, ho il serbatoio pieno, pranzo col cibo che mi porto da casa, ho la chiavetta per la macchinetta del caffè carica etc. Apparentemente, in questi tempi danarmente oscuri, giornate come queste sono un successo: basta farne trenta, e arrivi a fine mese senza aver cacciato un euro! Yuhuu!
Ovviamente non funziona così (“Ma no!”): se non fai benzina oggi la farai appena finisce, puoi mangiare quello che hai in dispensa che però non è una cornucopia, senza contare che, comunque, il tuo frigorifero continua a funzionare e a consumare elettricità per la quale John Enel batterà cassa prima o poi, e se hai lavorato hai generato reddito sul quale dovrai pagare fior di tasse. Ciò non toglie, però, che scoprire alla sera di aver vissuto una giornata economica dona una gonza soddisfazione per lo Zio Paperone (e il genovese!) che è in me.
Di recente avevo letto un articolo sul web di una coppia che si piccava di sfidarsi periodicamente a fare dei zero-dollar weekend, la cui idea è la stessa, estesa alle giornate di sabato e domenica: passare un intero weekend senza spendere. Raccontavano però di come si prodigassero il venerdì fare la spesa, comprare in anticipo i biglietti per il cinema o affittare un dvd in modo da potersi intrattenere nel weekend senza spendere un soldo. Vedete, la differenza tra me e questi signori è che io sono consapevole di essere un imbecille.
Il primo volume di ProGlo dopo le uscite di Lucca 2007 si è fatto attendere ma, per saturno, credetemi che ne è valsa la pena. Signori, da un mesetto abbondante è a disposizione Quattro Dita di Rich Kowsloski.
Confesso di trovarmi in imbarazzo, perché molto di quello che vorrei dire su Quattro Dita è già detto egregiamente nella cartella stampa. Una volta tanto non per pigrizia ma per umiltà vi incollo quello che i miei egregi colleghi di ProGlo hanno scritto.
L’opera
Quattro Dita ripercorre la vita di Dizzy Walters, indiscusso genio dell’animazione americana, attraverso mezzo secolo di storia Hollywoodiana. Ma Quattro Dita è anche la storia vera della vita di un topo di nome Rickey Rat, un tempo fulgidissima star del cinema animato, adesso vecchio e alcolizzato cartone che blatera di strane storie e ancor più strani complotti…
Quattro Dita si presenta nella forma (del tutto inedita per un fumetto) di falso documentario (o mockumentary, come si dice in inglese), innestandosi sulla via già tracciata da capolavori cinematrografici come Zelig e This is Spinal Tap. Koslowski rielabora il genere del mockumentary per il medium fumetto, inserendo interviste esclusive, fotografie d’annata, eventi e personaggi che hanno fatto la storia del cinema e degli Stati Uniti: l’operazione di mimetizzazione è talmente ben riuscita che sembra di assistere a una puntata di Behind the music, lo show televisivo a cui l’autore si è ispirato, ambientata in un universo parallelo.
Il punto di vista che sottostà all’opera è, se non inedito, del tutto non convenzionale: Koslowski immagina che i cartoon siano dotati vita propria nell’America degli anni ’50 e ‘60, e racconta di una comunità ghettizzata che tanto ricorda quella afroamericana: un tema già suggerito in opere come Chi ha incastrato Roger Rabbit, ma qui reso con tutta la crudezza e il cinismo idonee a un’opera che pretende di raccontare una realtà, seppur fittizia (ma neanche tanto, se si pensa alla fonte d’ispirazione di un gran numero dei primi personaggi dei cartoons. Questi ultimi derivavano, in effetti, da una visione stereotipata delle minoranze etniche, tipica anche delle riviste di vaudeville).
Una graphic novel che riallaccia fili e temi della storia sommersa d’America (come la caccia alle streghe, i Kennedy e l’interazione razziale) e tesse un unico grande affresco al cui c’entro c’è lui, il topo più importante di Hollywood. Quattro Dita racconta di pettegolezzi e Storia, passioni e vizi, successi e fallimenti, che si stringono, come cerchi concentrici, verso la madre di tutte le teorie del complotto.
Anche dal punto di vista del linguaggio l’opera offre degli spunti d’interesse, non solo per la componente sperimentale offerta dalla particolare struttura del lavoro, ma anche dal modo in cui questa struttura viene esplicitata. Ci troviamo davanti a due modulazioni diverse del linguaggio che interagiscono: le sequenze ambientate nel passato narrativo, che presentano materiale d’archivio raccontato in voce off, vengono rese tramite l’uso di fotografie e collage, con una struttura libera della pagina e testo che si sovrappone alle immagini, laddove le sequenze che illustrano il presente narrativo, le interviste, sono completamente disegnate, con tavole prevalentemente in griglia fissa di due righe (metodo che rende alla perfezione il tempo televisivo dell’intervista), griglia che occasionalmente, in alcuni momenti di maggior tensione drammatica, viene scardinata. I due metodi interagiscono a meraviglia, imprimendo un senso di movimento a un’opera che altrimenti sarebbe apparsa ingessata.
Quattro Dita deve certamente buona parte del suo primo impatto al ben posizionato twist della trama, di stampo cospirazionista, che avviene nella prima parte del volume, ma è anche un’opera che, alla rilettura, offre una serie di spunti di riflessione non banali non solo sui retroscena dell’industria dello spettacolo, ma anche sul rapporto fra fruitori e personaggi di fantasia.
Ecco qu, fine cartella stampa. E non dite che non vi è venuta voglia di leggerlo…
Personalmente vorrei rimarcare di non credere, come può apparire dalla descrizione, che si tratti di una riscaldatura di Roger Rabbit. L’idea di base è simile (i cartoon vivono realmente e sono attori dei film animati in un mondo di umani), ma la direzione presa, e il tono con cui viene trattato, è completamente differente. Sostenere che Quattro Dita è come Roger Rabbit sarebbe un po’ come dire che i “Promessi Sposi” è come “Se scappi ti sposo” perché entrambi parlano di matrimoni che non si riescono a concludere.
Retroscena: il titolo dell’opera
Il titolo originale di Quattro Dita è Three Fingers. Sì, “three”. In ProGlo nessuno è laureato in lingue, però sappiamo abbastanza l’inglese per sapere che “three” non si traduce con “quattro”. Però sappiamo anche che il fumetto parla della ragione per cui i cartoni animati hanno di solito quattro dita. E allora? La soluzione al busillis sta nel fatto che “finger” significa “dito che non è il pollice”: una traduzione letterale sarebbe quindi Tre dita più il pollice. Direi che Quattro Dita suoni molto meglio.
Ciononostante, il parto di questo titolo è stato molto dibattuto, poiché esiste già un Quattro Dita, opera di Milo Manara, e soprattutto perché in alcune regioni italiane è il modo con cui si indica una donna, ehm, “facile”. Si sottintende cioè che tale donna abbia una vagina che, a causa dell’usura, è sufficientemente larga da accogliere con facilità, appunto, quattro dita. La soluzione alternativa era di utilizzare il titolo originale Three fingers, al limite apponendo Quattro Dita come sottotitolo. Io ero per questo partito, ma poi a furia di ripetere il nome ha iniziato a suonarmi bene; se aggiungiamo che già troppi titoli di ProGlo sono rimasti col titolo originale, sono convinto che la scelta sia stata quella giusta.
Conclusioni
Quattro Dita è uscito a metà luglio, in ritardo rispetto al previsto a causa di qualche malaugurato problema con la copertina. E’ un periodo dell’anno editorialmente sfigato, a causa di vacanze di librai e distributori (e clienti!), ma ciò non toglie che al ritorno dalle vostre vacanze dovreste trovarlo senza grosse difficoltà, come al solito, nelle librerie più grosse o quelle più lungimiranti. E se non lo trovaste, le spese di spedizioni sono gratuite se lo ordinate sul sito di Proglo. Sì, costa 19 euro, che possono sembrare tanti. In realtà, visto il formato piuttosto grande, è in linea coi prezzi dei fumetti da libreria in Italia. Vi abbiamo abituato troppo bene coi volumi precedenti! Credetemi, date a Quattro Dita una chance e non ve ne pentirete!
Quattro Dita
di Rich Koslowski
Brossurato 25,5×21 cm – 144 pagine b/n – 19 euro
ISBN 978-88-903071-7-1
Disponibile da luglio 2008
Non so se nel 2008 alle elementari facciano ancora usare le penne stilografiche. Ai miei tempi erano obbligatorie, ma per fortuna, per correggere gli errori esistevano le cosiddette cancelline. Una cancellina era una specie di penna, solitamente di plastica gialla, utilizzabile da entrambe le estremità: il lato bianco permetteva di cancellare utilizzando, a naso, una specie di alcool, mentre il lato blu permetteva di riscrivere sulla superficie cancellata (il normale inchiostro, dopo l’applicazione del lato bianco, sbavava). La maestra era furiosamente contraria alle cancelline, probabilmente in parte per una repulsione per le novità e in parte perché, giustamente, la loro presenza riduceva la soglia di attenzione (“tanto poi correggo…”); per non farcele usare, in pieno spirito mostra e dimostra, ci mostrò un quaderno vecchio di qualche anno su cui era stata usata una cancellina per dimostrare come il tempo fosse impietoso con questi strumenti del demonio. In effetti è vero, dopo qualche anno (i miei quaderni delle elementari lo confermano) l’inchiostro cancellato in qualche modo torna visibile, ma cosa volete che freghi a dei bambini di sette anni di quel che succederà anni dopo?
Le cancelline esistevano di due marche: le Superpirate e le Supersheriff. Sic. Si può sapere che diavolo di logica c’era dietro questi nomi? D’accordo, pirati e sceriffi, miti dell’infanzia. Trascuriamo il fatto che negli anni ’80 erano miti già obsoleti…ma ve lo vedete Long John Silver o John Wayne che correggono un testocon una cancellina? “Corpo di mille barili/pistole, cuore non si scrive con la q! Per fortuna posso correggere!”
(Nota: Google pare ignorare le parole Superpirate e Supersheriff. Era ora che qualcuno riportasse alla luce questi informazioni troppo a lungo trascurate!!)
Eravamo nella giungla con le balle a penzolon
arrivarono gli indiani e ci tagliarono i coglion
O Susanna, non piangere per me
Ho le palle di riserva nel taschino del gilè.
(ovviamente, cantato sull’aria di “O Susanna”)
Mi è sempre piaciuta questa canzoncina parodistica, l’ho sempre trovata molto elegante. Sì, davvero: innanzitutto, si usano tre sinonimi diversi per lo stesso oggetto, balle, coglion, palle. Marco B., amico di Sassello, usava la parola coglioni per tutte e tre le occorrenze, con un risultato decisamente più volgare e meno efficace. Inoltre le situazioni evocate sono spassosissime: si immaginino alcuni cowboy con lo scroto in bella evidenza che si fanno strada tra le liane della giungla (giungla? Sì, ci arrivo), quand’ecco che, uauauauaua, sbuca una tribù di Sioux che zac! non trova di meglio da fare che evirare i nostri eroi. Uno di essi si rivolge alla sua bella che, presumibilmente, non piange solo per il vaccaro suo amante ma anche per se stessa, e, espettorando tabacco in una sputacchiera, tira fuori dal taschino del suo gilè, immancabile capo di vestiario nel vecchio west, una coppia di attributi virili di ricambio. Seguono baci e abbracci.
Giungla, appunto. Diamine! Siamo nel vecchio west, ci sono indiani, gilè e Susanna, cosa ceppa c’entra la giungla? Esiste una versione più sensata e probabilmente più comune che inizia con eravamo nella valle, cosa che ha molto più senso geografico, e in più costituisce anche una rima interna con balle. Però la giungla fa molto più ridere, quindi io continuerò a cantare questa strofa collocando l’azione in Africa.
(Soluzione alternativa: gli indiani sono indiani d’India, e la giungla è perfettamente coerente. Lo è un po’ di meno il gilè, almeno per i gentiluomini inglesi probabili vittime dell’incidente)
Vado in vacanza, ché intanto in questo periodo non mi legge nessuno. Ci si sente tra un po’!
Metaliceo: il metaliceo fu introdotto nel 1972 nel corso della riforma scolastica voluta dall’allora Ministro all’Istruzione Baldassarre Sgozzapreti. Considerando troppo specialistici i vari licei, nei quali venivano trascurati gli studi delle altre scuole, Sgozzapreti decise di creare un corso di studi che comprendesse tutte quante le materie che venivano insegnate in tutti gli istituti superiori. Nel settembre del 1973 aprì in pompa magna il primo metaliceo, lo Sgozzapreti di Bologna. Le lezioni previste comprendevano matematica, fisica, scienze, geometria, latino, greco, italiano, storia, filosofia, musica, inglese, francese, tedesco, pittura, scultura, educazione fisica, elettrotecnica, stenografia,cucina, pedagogia e via dicendo, più la materia speciale “Orografia del monte Cappello”, omaggio al ministro che amava passeggiare da quelle parti.
Essendoci però troppi corsi per il numero di ore a disposizione, la scuola fu costretta a sovrapporre le lezioni assegnando alla stessa ora nella stessa classe due o più materie differenti. Non era quindi infrequente che gli studenti facessero un compito di latino e fossero contemporaneamente interrogati in storia, il tutto mentre il professore di biologia teneva la sua lezione, mettendo una nota sul registri ai ragazzi perché non stavano attenti. Il metaliceo si rivelò però da subito troppo impegnativo per dei ragazzi di appena 14 anni, e gli unici due iscritti al primo anno, Ettore e Giannino Sgozzapreti – figli del Ministro Baldassarre- furono bocciati nonostante la loro influente parentela. Il metaliceo fu così abolito e Sgozzapreti fu destituito dal suo incarico. L’edificio della sua scuola sperimentale fu bruciato e cosparso di sale.
Nombuto: accessorio introdotto sul mercato nel 2004 dalla ditta Kakaguchi di Osaka, il nombuto serve a travasare liquidi da un recipiente con un’apertura piccola a uno con un’apertura più grande (una sorta di anti-imbuto). E’ disponibile nei colori marrone foglia di castagno e rosso tramonto polinesiano.
Tucanosauro: dinosauro alato del tardo Cretaceo scoperto nel 1971 dal professor Manlio Cantalupo dell’università di Mazzancolle. Secondo la ricostruzione del suo scopritore, il tucanosauro era caratterizzato da una testa enorme, tanto da farlo cadere spesso in avanti e da impedirne il volo. Il tucanosauro si cibava solo di more preistoriche, un tipo di bacca che cresceva in cima ad alberi spinosi e scivolosi alti oltre 20 metri: non potendo raggiungerle, il bizzarro animale si estinse. Quando qualcuno chiedeva a Cantalupo come sia mai potuto esistere un animale simile, Cantalupo reagiva con poderose ginocchiate nei testicoli degli interlocutori, e quindi il tucanosauro è rimasto nei libri di testo fino al 2003, quando Joanna Carlon, priva di testicoli in quanto donna, è riuscita a dimostrare che le supposte ossa di tucanosauro in realtà erano fatte di Lego.
Casa mia ad Alassio, per la prima volta da decenni, è rimasta senza gatti. Mi pare giusto cogliere l’occasione per ricordare in questa sede i felini che hanno abitato in quella casa. Preparate i fazzoletti, sono quasi tutte storie tristi.
Minnie e Felicia: i primi gatti domestici arrivati dalle nostre parti (prima c’erano stati alcuni gatti selvatici a cui davamo da mangiare) erano una coppia di gatte, probabilmente sorelle, particolarmente tenere e carine. Non sono durate moltissimo, una di loro due, mi pare Felicia, è stata investita da una macchina di fronte a me in un freddo giorno invernale del 1983 (causandomi, come potete immaginare, uno shock non indifferente). Casa mia ha un ampio giardino, e gli animali lo sfruttano abbondantemente; il lato negativo è che possono arrivare anche alla strada, dove purtroppo, come si vedrà, finiranno quasi tutti i gatti. Minnie invece è scomparsa nel nulla.
Mimò: Mimò probabilmente è il gatto a cui sono stato più affezionato. Arrivato da noi come cucciolo, si riteneva che fosse una femmina (coi gattini capita!) ed era stato battezzato Mimì. Una volta scoperta la verità, si era pensato di lasciarlo col suo nome, adatto anche ai maschi (“Mimì metallurgico ferito nell’onore”), ma alla fine è prevalso il partito della maschilizzazione in Mimò. Mimò era piuttosto piccolo di taglia, quindi nella stagione degli amori finiva sempre riempito di botte dai gatti concorrenti; era di color bianco e nero, quindi veniva quasi spontaneo pensare a Silvestro. Comunque, dopo che una volta è tornato davvero tanto malconcio, dopo che il veterinario l’ha rattoppato abbiamo deciso di zac!, e Mimò non è stato più Mimò per intero. Mimò, come la grande maggioranza dei miei gatti, è morto sotto una macchina nell’estate 1991, quando io e mia sorella eravamo a Sassello. Ci è stato millantato che era scomparso, e solo l’anno scorso mia mamma ha deciso che eravamo abbastanza grandi per sapere la verità.
Adelina: i miei lettori più fedeli sanno che io avevo una zia chiamata Adelina. Quando ci siamo trovati di fronte questa gatta bianca e abbiam dovuto battezzarla, ci è parso che il nome della zia fosse perfetto per lei. Abbiamo telefonato ad Adelina (la zia, non la gatta), per sapere se si sarebbe offesa, ma il nome era quello, e pochi nomi sono stati più azzeccati. Adelina infatti è sempre stata una gatta vecchia, anche da giovane; si muoveva come un’anziana signora, mangiava sempre e solo bocconcini secchi, era aggraziata ed educata, non brillava per scaltrezza e dava affetto solo quando voleva. Adelina è vissuta molto a lungo, e, indovinate un po’, è morta sotto una macchina, quando probabilmente era ormai troppo rincoglionita per attraversare la strada. Ho trovato io il corpicino della gatta (facevo l’università, al tempo), e non ho avuto cuore di seppellirlo: è una cosa di cui mi pento e vergogno, ma l’ho messa in un sacco e l’ho buttata nella spazzatura.
ChoCho: beh, non poteva andarci bene proprio con tutti i felini. ChoCho è stata probabilmente la gatta più longeva che abbia frequentato Casa Ventimiglia, e sicuramente la più antipatica. Alcuni gatti sono affettuosi, altri di meno, ma ChoCho, anche se ogni tanto veniva in braccio a fare le fusa, era calcolatrice, furba e approfittatrice. Tanto furba che probabilmente è stata l’unica bestia a sopravvivere alla strada, e si è spenta di vecchiaia in giardino, dopo un giorno di agonia. Nonostante la sua antipatia, ci è dispiaciuto lo stesso.
Mimina: Mimina era la gatta di mia nonna Luisa nel senso più totale. La seguiva dappertutto, e quando lei si allontanava per un po’ di tempo (magari per andare in vacanza), al suo ritorno la trovava offesa. Era inoltre tanto affettuosa con mia nonna quanto poteva essere scontrosa e addirittura aggressiva nei confronti di altri. Mia nonna è mancata nel 2001, e Mimina è venuta a vivere in campagna da noi. Ha avuto un po’ difficoltà ad abituarsi al nuovo ambiente, e soprattutto alla mancanza della sua padrona, ma poi ha iniziato a dispensare affetto un po’ sussiegoso anche ai suoi nuovi ospiti. Non per molto purtroppo: la solita strada se l’è portata via dopo pochi mesi. E’ stato quando se n’è andata Mimina che mia nonna ci ha lasciato completamente.
Jaeger: un’altra meteora, Jeager è forse il gatto che ha lasciato il ricordo migliore. Anche se fu voluto fortemente da mia sorella, Jaeger è diventato subito il gatto di mio padre. Il babbo non ha mai amato particolarmente i gatti, ma quando lui e Jaeger si son incontrati, si son fissati un momento e son diventati subito amici. Il fulvo Jaeger (“cacciatore” in tedesco) era un perfetto esempio di “nomen omen”; tra i vari gatti qui citati, solo Adelina ogni tanto prendeva qualche topo, mentre Jaeger era una vera macchina da caccia: topi, lucertole, gechi, enormi falene, uccelli, nulla sfuggiva ai suoi artigli. Ed era anche un gatto affettuosissimo, tanto che portava sempre il frutto della sua cacciagione in casa per far vedere quanto era stato bravo. Jaeger un giorno è scomparso, e dopo una settimana mia sorella ha addirittura affisso manifesti nel vicinato per capire se fosse da qualche parte. Un signore ci ha detto di averlo trovato al bordo della strada, investito da una macchina.
Ghost/Betordo: Betordo, detto Betty, era il gatto di mia nonna Amelia, e probabilmente è stato il gatto più sfortunato del lotto. La nonna aveva voluto un gatto, ma non fu mai soddisfatta di Betordo; diceva che era un fifone antipatico, e in effetti quando andavamo a trovarla si rifugiava in cima agli armadi. Come è successo per Mimina, quando mia nonna ci ha lasciato ci siamo presi Betty. Il giorno dopo, questo gatto era già scomparso. Diversi giorni dopo, mia mamma aprì la mia camera da letto di bambino, ormai inutilizzata, e ne spuntò fuori un gatto quasi impazzito dalla sete e dalla paura. Gli strani rumori che si sentivano in casa nei giorni precedenti erano i tentativi di Betordo di uscire dalla sua prigione: oltre il danno, la beffa, la povera bestiola è stata ribattezzata Ghost. Per i primi tempi Ghost si è fatto vedere solo per mangiare, ma col tempo ha preso confidenza ed è diventato domestico, riuscendo un gatto un po’ sospettoso ma nel complesso di buona compagnia. Poi, è arrivato Quick, il mio attuale cane, che si è conquistato tutto il territorio. Ghost, terrorizzato, ha iniziato a vivere in giardino, nelle zone non raggiungibili da Quick, e pian piano si è rinselvatichito, tornando solo per mangiare, sempre con due occhi spalancati dallo spavento, e anzi, a volte approfittando dell’ospitalità del vicinato per star lontano da casa più giorni. Poche settimane fa, Ghost non si è più fatto vedere. O è stato adottato definitivamente da una casa senza cani, o non è più tra noi. In ogni caso, spero che questo povero gatto ora sia finalmente in pace.