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Per i ritardatari
Mi do da fare
Sono alla moda e tuitto
Ho visto cose

Ho vissuto 34 anni ricchi. Non ci credete? E allora sappiate che:

E ora ditemi: che me ne faccio dei raggi B e dei Bastioni di Orione con queste esperienze al mio attivo? C’è abbastanza da divertirsi con la mera umanità terrestre!

Avete di meglio da suggerire? Fatevi avanti!

E ora, qualcosa di completamente diverso


Provided by Golosino Inc.

Enciclopedia Stronza XXXV: Tenere il piede dentro le chiappe, Gayboy, FessaBuca

Tenere il piede dentro le chiappe: espressione idiomatica che si ritrova in molti luoghi sparsi in tutta Europa, sempre con significati differenti.
A Torino significa “affidarsi a qualcosa di sicuro, riparato”; a Napoli “essere affettuosi e cordiali con chi ti tratta male”; a Urbino “avere poca voglia di camminare”; a Genova “maledire il focacciaro che usa ingredienti di scarsa qualità”. Uscendo dall’Italia, a Berna viene interpretato come “avventurarsi un qualcosa di rischioso”, nella grassa Berlino invece significa “tenere da parte il boccone migliore del maiale per evitare di darlo all’ospite”; a Saragozza corrisponde alla pratica sessuale altrove nota come “cinepimastia”; ad Atene viene utilizzata per indicare “chi ha i calzettoni troppo pesanti”. Infine, in Belgio significa “tenere il piede dentro le chiappe”.

Gayboy: misconosciuta console clone del Gameboy lanciata dalla Fintendo nel 1992, nella speranza di sfruttare il successo dell’originale. Il Gayboy, che nella mente dei markettari della Fintendo doveva richiamare un bambino felice, fu un insuccesso: venne boicottato dai benpensanti che ritenevano che spingesse i giovani verso l’omosessualità, dalla comunità gay che riteneva il nome offensivo nei propri confronti e anche dai normali videogiocatori che sostenevano che fosse una pessima console. In effetti, lo era.

FessaBuca: a ridosso del lancio internazionale di FaceBook, gli ideatori del popolare social network pensarono di farne delle versioni locali per andare incontro a un pubblico più ampio possibile. La prima “versione nazionale” doveva essere quella italiana: optando per una traduzione un po’ maccheronica, in linea con un approccio spiritoso, il FaceBook italiano fu chiamato FessaBuca. Per ragioni che l’ufficio marketing non riuscì mai a spiegarsi, Fessabuca attirò nei primissimi giorni un’utenza costituita di soli pervertiti, sessuomani e pedofili. In fretta e furia, si decise di chiudere FessaBuca e il progetto di “internazionalizzare” FaceBook fallì miseramente.

Via di qua!

(silly)
Quasi per caso, mi son reso conto che la maggior parte delle mie mutande sono di marca Fila o Sloggi. Non ho potuto fare a meno di notare come si tratti quasi di sinonimi: “Fila” è imperativo del verbo “filare”, mentre “Sloggi” è congiuntivo esortativo del verbo “sloggiare”. Stupore!
Da grande fonderò una fabbrica di mutande e la chiamerò Pussa via. Poi qualche deficiente scriverà un articolo su un blog facendo battute su pussa/pussy. E’ difficile la vita di noi imprenditori, ma d’altronde, il karma non perdona.

Risate Boom

Negli anni ’80 avevo l’abbonamento a Topolino. Non lo leggevo proprio tutto: al di là dei fumetti, erano ben poche le parti testuali che mi interessavano. Come sopportare gli oroscopi o la zuccherosissima posta Qui Paperino Quack? Eppure, c’era una rubrica nell’ultima pagina che mi attraeva perversarmene: le barzellette di Sergio Paoletti, pubblicate in una rubrica dall’azzardato titolo Risate Boom. Avevate rimosso? Male! Ecco qualche esempio reale:

Il gelato alla granita: – Su, non essere così fredda, vieni con me! -Già, e se poi ti squagli?
Perché la pioggia è distratta? Perché cade sempre dalle nuvole.
Perché il tubo catodico si dà un mucchio di arie? Perché lavora per la televisione.
Perché il caffè è nero? Perché viene sempre preso in giro dal cucchiaino.
Perché le poltrone di prima fila sono molto timide? Perché sono riservate.
Che ridere se il tennista sbagliasse la battuta e ridesse lo stesso!
Cosa dice un cucchiaino alla bustina di zucchero? Ci vediamo nel solito caffè!
Più piace, più se ne butta. Che cosa? La pasta!

Quella del tennista è la mia preferita.
Ora, parliamo del signor Paoletti. Sarebbe troppo facile sparare a zero su di lui come si fa col Bagaglino. No, no, sono convinto che debba esserci una storia tragica dietro.

Io, ad esempio,  mi figuro la seguente scena. Sergio è un impiegato di mezz’età, coi baffi e la pelata, il cui lavoro è redigere le buste paga. Un giorno è alla macchinetta del caffè che intrattiene i colleghi facendo il simpatico. “Sapete qual è il più grande saltatore in lungo arabo? Dalì Alà!”. Risate di cortesia dei colleghi che non vedono l’ora di tornare al lavoro. Il direttore passa di là per caso e assiste alla scena: “Paoletti! Lo sa che lei ci sa proprio fare con le battute? Me ne sforni una dozzina a settimana!””Ma…veramente…” (dissolvenza)

Un anno dopo, ad un meeting di redazione.
Il capo-redattore: “…e poi c’è il problema di  Risate Boom, per il quale continuiamo a ricevere valanghe di lettere di protesta”.
Il direttore: “Chi è quell’imbecille che ha messo Paoletti a scrivere barzellette?!? Rimandatelo a fare le buste paga!”
Tout le monde: “Sì, signor direttore!”
(Eh, Topolino è un’azienda molto fantozziana. Che ci volete fare…)

General Motors

Dalle Alpi venne giù,
e nel traffico che intasa
egli pose la sua casa.
Ora non se ne va più.

Sul margine del mio libro di storia di quarta liceo campeggiano questi versi, composti da me in un momento di sconforto (e, probabilmente, di noia durante una lezione). Sono dedicati al compagno di classe GM, trasferitosi dal Piemonte quell’anno.

Nei cartoni animati giapponesi uno degli artifizi narrativi più diffusi è lo “studente trasferito che scombina le carte in tavola, e in qualche modo funge da motore per cambiare in meglio l’esistenza dei suoi nuovi compagni”. Purtroppo di solito la vita reale non è come negli anime (o qualcuno di voi guida un robottone?), e la mia non è stata resa migliore da GM.  Per inquadrare il tipo, si sappia che di GM si narra che:

Rileggendo la lista non posso fare a meno di provare a prendere le difese di GM, e di pensare che magari era solo un ragazzo un po’ strano e che la crudeltà delle malelingue di un paese di provincia abbia fatto il resto. Oppure, che col passare del tempo si tenda a ricordare solo certi aspetti delle persone e che durante le serate estive dedicate ai semplicissimi “Mi ricordo” si finisca solo per rievocare gli aneddoti più curiosi. Cioè,  che in sostanza GM sia assurto a livello di mito, e che  il vero GM abbia poco a che vedere col GM che ricordiamo.
Eppure io, allora come adesso, sono una persona estremamente tollerante e coll raro pregio di non giudicare mai le persone (sì, è il lato del mio carattere che preferisco). Quella poesiola è testimone del fatto che, dal vivo, trovavo quel povero signore davvero pesantissimo. La morale della storia è che GM può essere una leggenda, ma le leggende hanno sempre un fondo di verità. E che pescator che va in savana, magro bottino fa.

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